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1611 Anversa come Termini Imerese?

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by andrea78 on 19/02/2010

in Capitalismo Assassino,Lavoro,nr.16

Si dice che il Belgio sia un paese che, grazie al suo sistema consolidato di ammortizzatori sociali e ad un dialogo sociale particolarmente solido, sia uno dei paesi che più abbia resistito alla crisi all’interno dell’Unione Europea. Comunque sia, se questo rallentamento delle conseguenze negative della crisi c’è stato, sta purtroppo evidentemente esaurendosi e a pagarne le spese sembrano anzitutto le filiali belghe di grandi gruppi internazionali.

E’ il caso anzitutto della OPEL di Anversa per la quale è stata annunciata la chiusura totale: si tratta di un licenziamento collettivo di 2600 lavoratori ed è una decisione che, considerando l’indotto, potrà agilmente arrivare a cifre che superano tranquillamente la decina di migliaia di posti di lavoro tagliati. Si tratta di un colpo micidiale per il tessuto produttivo del nord e per tutto il paese. Per dirla tutta, c’è da dire che lo stabilimento di Anversa è al centro del mirino da tempo e anche quando sembrava una ipotesi reale l’acquisizione di OPEL da parte di FIAT, i lavoratori di Anversa avevano fatto sentire tutta loro preoccupazione, viste le pratiche con cui la FIAT aveva dimostrato saper trattare i propri lavoratori, anche nelle concessionarie di Bruxelles.

In effetti la definitiva chiusura ad Anversa fa parte di un piano della General Motors, proprietaria del marchio OPEL, di tagliare abbondantemente i posti di lavoro in Europa, con pretesti quali la saturazione del mercato o la diminuzione della produzione. Da questo punto di vista il caso belga è emblematico: esisteva un accordo nel quale l’OPEL si era impegnata, per evitare una chiusura già annunciata, a destinare ad Anversa la produzione di un nuovo modello 4×4, in cambio di ulteriori riduzioni del personale. Oggi, ovviamente, questo accordo non viene rispettato anche perché la produzione di tale veicolo è stata destinata alla Corea del Sud. Questo è uno dei motivi per i quali i sindacati imputano la decisione della chiusura a scelte politiche e non economiche.

Appena si è sparsa la voce della decisione di GM, i lavoratori hanno bloccato le auto nuove in uscita ed è iniziata una mobilitazione che ha avuto parecchio eco sui media locali che, va detto, hanno il merito di coprire più approfonditamente le vicende del lavoro di quanto non facciano quelli italiani (non fanno altro che il loro dovere, quindi).

Il piano che General Motors ha intenzione di mettere in pratica in Europa comprende un taglio di più di 8000 posti di lavoro (4000 dei quali in Germania) e, inoltre, un immancabile cospicuo aiuto economico da parte dei governi interessati dalle ristrutturazioni al fine di “contenere le conseguenze negative”. Questo è un ricatto che vediamo oggi nella vicenda di Termini Imerese e che abbiamo visto in Italia, negli ultimi 40-50 anni, numerose volte. Uno dei peggiori ministri del Governo Berlusconi, il “fannullone” Brunetta, commentando il dibattito sugli aiuti alla FIAT, ha fatto una battuta “con tutti gli aiuti che abbiamo dato in questi anni ce la saremmo potuta comprare”. Bene: allora nazionalizziamola, invece di ritrovarci ogni due anni a dover destinare fondi dei contribuenti nelle casse di un privato, sotto la minaccia di sradicare ogni speranza di sviluppo dai territori.

Il confronto tra sindacati e GM procede tutt’altro che bene, anche perché il numero dei posti di lavoro tagliati sarà superiore agli 8000 annunciati e i governi hanno deciso di non stanziare nessun fondo e di non approvare nessun piano fino a quando un accordo non sia raggiunto.

Un’altra vicenda preoccupante che ha riguardato il Belgio ultimamente è quella del grande gruppo internazionale produttore di birra InBev, proprietario di diversi marchi belgi, che aveva annunciato la chiusura di due stabilimenti di produzione in Belgio. Anche in questo caso la mobilitazione dei lavoratori si è attivata immediatamente: sono state bloccate le spedizioni di birra e in pochi giorni alcuni grandi catene di supermercati hanno incominciato a vedere esaurite le scorte di magazzino. La birra, contestano i sindacati, è uno dei settori che non è stato colpito dalla crisi: la decisione di chiudere gli stabilimenti sarebbe quindi tutta politica, al fine di delocalizzare altrove la produzione. Dopo i blocchi, la proprietà ha deciso di sospendere il piano, ma non di rinunciarvi.

Il 29 gennaio si è tenuta, sotto una pioggia insistente, una manifestazione a Bruxelles e, come è immaginabile, i gravi problemi della OPEL e della InBev sono stati al centro della mobilitazione, che ha visto anche una presenza visibile delle forze di sinistra belghe.

Nello scenario di globalizzazione del capitale, che va ben oltre questa crisi, il Belgio appare forse, in quanto piccolo paese e piccolo mercato, più sacrificabile di altri stati nei quali, ad esempio, la presenza di una marca di automobili nazionale determina una resistenza maggiore alla delocalizzazione.

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