Il Congresso della CGIL e i comunisti
di Rolando Giai-Levra (su Gramsci Oggi nov. 2009)
Durante la trasmissione “Parla con me” andata in onda su RAI3 il 20.11.09, Guglielmo Epifani ha affermato che oggi ci sono più operai salariati di quanti ce ne fossero negli anni ’60 e ’70.
Non è una banalità, è una verità che conferma un dato oggettivo che si basa su dati statistici di Istituti internazionali che riguarda l’Italia, l’Europa e il mondo intero. Questo dato statistico che, di per sé, demolisce le teorie sulla “estinzione della classe operaia”, nel contempo dimostra che la contraddizione capitale-lavoro/salariato è molto più profonda ed estesa di quanto si possa immaginare e di cui la sinistra non si è ancora appropriata per agire politicamente di conseguenza. L’elemento politico principale che emerge è che questa profonda contraddizione di classe resta sotto il controllo del campo riformista di cui lo stesso segretario nazionale della CGIL rappresenta un esponente di primo piano.
La prima riflessione da fare è che la lotta per l’unità e l’autonomia comunista non può essere disgiunta dalla lotta per l’unità e l’autonomia di questa classe lavoratrice di cui la questione sindacale rappresenta la parte fondamentale per l’organizzazione della resistenza contro lo sfruttamento del capitale. Di conseguenza, nasce l’esigenza di avere un unico indirizzo sindacale di classe in grado di unire i lavoratori e la sinistra anticapitalista per abbattere le logiche concertative dominanti, che da molti anni vengono portate avanti all’insegna delle compatibilità con le esigenze del mercato capitalistico. L’obiettivo è quello di ripartire dal conflitto sociale per dare il massimo di visibilità alla classe operaia e ricollocarla nuovamente, insieme al lavoro e alla produzione al centro dell’azione politica e della società.
In realtà, nella sinistra si parla poco di sindacato se non occasionalmente quando scoppiano lotte di lavoratori in alcune aziende o quando risulta necessario a qualche componente sindacale dover difendere la propria sopravvivenza, soprattutto quando ci si trova di fronte ad un appuntamento molto importante come quello del prossimo Congresso nazionale della CGIL. La preparazione di questo Congresso avviene nel pieno di una profonda crisi capitalistica mondiale che ha investito totalmente anche il nostro paese. Questa crisi coincide con quella di tutta la sinistra e determina sempre di più il peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori, l’aumento della disoccupazione, dei licenziamenti e del precariato, la riduzione del potere d’acquisto dei salari, il prolungamento della giornata lavorativa, i morti sul lavoro, le delocalizzazioni e l’attacco alla democrazia fuori e dentro i luoghi di lavoro e di produzione. Con la benedizione del governo e l’aiuto il riformismo e delle politiche concertative delle direzioni sindacali, i capitalisti hanno mano libera su tutto. La falsa opposizione riformista del PD, sempre più subordinato alle scelte reazionarie del governo, intensifica la sua storica funzione di disarmo ideologico della classe lavoratrice per salvare il capitalismo dalle sue crisi che ciclicamente si aggravano sempre di più.
[...]
L’evidente incapacità della sinistra e la sua ormai cronica crisi è ulteriormente aggravata dalla costante ambiguità che esiste proprio sulla questione sindacale che non è stata piú risolta da quando è stato sciolto il PCI. Da allora, molta confusione è stata seminata su questo terreno e questo è avvenuto, perché all’interno del PRC e del PdCI erano come lo sono ancora oggi presenti delle tendenze sindacali eterogenee diversamente collocate. Infatti, a secondo delle categorie sindacali presenti in CGIL alcuni fanno riferimento alla maggioranza riformista, altri alle minoranze “rete 28 aprile” o “lavoro e società”, altri ancora fanno riferimento ad altri organismi sindacali esterni o addirittura in alcuni casi ai sindacati corporativi come la CISL. Tendenze che sono trasversali nei due partiti e che non permettono di avere una precisa e unica posizione di classe nel sindacato di massa perché manca, in realtà, un’unica visione di classe e ciò ha rappresentato una delle cause principali che hanno fatto allontanare questi partiti e la sinistra dalle masse lavoratrici! Un’ulteriore conferma del modo con cui è stata affrontata la questione sindacale, l’abbiamo avuta negli ultimi due congressi del PdCI e del PRC in cui (anche se in modo differenziato) le spinte sindacali che fanno riferimento soprattutto all’area di “lavoro e società” non hanno permesso ai due partiti di elaborare una linea di classe basata su una seria analisi gramsciana e leninista del sindacato. Questo denota tutta la debolezza ideologica di queste organizzazioni e avviene perché c’è una grande confusione teorica che non permette di fare alcuna distinzione tra la natura, la funzione e il ruolo di un partito politico da quelli di un sindacato e quindi manca, appunto, un unico orientamento di classe a cui possono fare riferimento tutti i comunisti ovunque collocati con o senza tessera di partito. Al contrario, questa grave carenza è ben avvertita nonché utilizzata dal gruppo dirigente riformista del PD che, su queste contraddizioni della sinistra, rafforza ed estende la propria influenza ideologica soprattutto in CGIL per spostarla sempre più a destra. Se non si tiene conto di questa situazione la sinistra, senza alcun supporto teorico, continuerà a sognare ad occhi aperti ed in modo assai miope si allontanerà sempre di più dai lavoratori. Oggi, quale è la realtà sindacale del paese?
- Esiste la CGIL che storicamente rappresenta la più grande organizzazione sindacale di massa che oggi rappresenta 5.500.000 iscritti tra operai, impiegati, tecnici, lavoratori in generale, immigrati e pensionati e che, fin dalla sua nascita, contiene la storia delle più grandi e significative esperienze del proletariato Italiano. Le grandi mobilitazioni dei lavoratori sono passate e passano ancora attraverso questa organizzazione che, a fronte della debolezza e dell’incapacità delle organizzazioni politiche di sinistra, rappresenta oggettivamente (con tutte le sue contraddizioni interne) l’unica grande fortezza in cui possono essere difesi gli interessi generali di classe dei lavoratori, dei pensionati, degli immigrati e della democrazia. Non è un caso che, dopo aver messo fuori campo tutta la sinistra, è in atto una crescente offensiva del governo, della confindustria, delle diverse forze politiche di centro compreso il PD e di destra, con la piena complicità di CISL e UIL contro la CGIL per omologarla definitivamente al servizio del capitale.
- Dentro la CGIL c’è la categoria dei metalmeccanici organizzati nella Fiom nel cui apparato non sono affatto escluse contraddizioni, spinte riformiste e arcobaleniste o movimentiste; ma questa categoria rappresenta nel paese la parte più forte e combattiva che, per il prossimo congresso, ha deciso di presentare un documento alternativo a quello del gruppo dirigente della CGIL con le adesioni della componente della “rete 28 aprile”, delle categorie della FP e della FILCAMS oltre a tante altre singole adesioni di altre categorie.
- In CGIL esiste anche l’area di “lavoro e società” che in gran parte è ancora influenzata dalle vecchie logiche raccolte intorno ai resti ideologici di DP e che per lungo tempo ha tentato di rappresentare, senza successo, la sinistra sindacale di classe e che attraverso la recentissima associazione “lavoro e solidarietà” sostiene attivamente la costituzione della “Federazione di sinistra” che si è costituita ufficialmente il 5 dicembre 2009. Questa area, oggi, è schierata ed è appiattita sul documento della maggioranza che fa capo al riformista socialista Epifani contro il documento alternativo della Fiom e tale sua decisione sta provocando delle spaccature al suo interno.
- Ci sono i Sindacati corporativi che hanno sempre operato per la divisione dei lavoratori, come la CISL e la UIL nati dopo la liberazione per volontà delle forze politiche conservatrici e clericali (DC, PSDI, Vaticano, USA, ecc), i quali all’insegna di una strumentale “autonomia” dai partiti hanno svolto la propria azione politica, insieme ai riformisti interni ed esterni al disciolto PCI, per strappare il movimento operaio dall’influenza dell’egemonia comunista. Ancora oggi, essi continuano ad agire come “cinghia di trasmissione” delle politiche della confindustria e del governo (dall’alto verso il basso) tra i lavoratori, ma anche del pezzo del riformismo cattolico presente nel PD. La stessa politica adottata da questi sindacati dimostra che non esiste autonomia al di fuori delle classi e che i sindacati sono portatori di interessi (quindi cinghia di trasmissione) della classe dominata o della classe dominante e delle relative formazioni politiche. Di questo gruppo di sindacati fa parte anche l’UGL sindacato corporativo di destra erede della vecchia CISNAL collegata all’ex partito fascista il MSI, poi trasformato in AN oggi fuso nel PDL che governa il paese insieme alla Lega.
- Al di fuori del sindacalismo confederale c’è una variegata costellazione rappresentata da organismi sindacali spesso fra loro in competizione e con molte contraddizioni interne come: CUB-RDB-COBAS-SLAI-SDL-SISA-UNICOBAS-SUL, ecc., che sarebbe più corretto definire sindacalismo extraconfederale piuttosto che di “base”. Certamente, questi organismi devono essere considerati con la dovuta serietà politica; ma, va pur detto che essi non hanno una significativa influenza nell’industria. Essi raggruppano una stretta minoranza di lavoratori in produzione e certamente non possono rappresentare un’alternativa alla CGIL e in alcun modo un blocco sociale di massa anticapitalista.
Tutta questa articolata realtà dovrà fare i conti con il prossimo Congresso Nazionale della CGIL che si svolgerà il 5 maggio 2010 a Rimini e verso cui confluiscono inevitabilmente le attenzioni politiche di tutti, compreso i partiti, e su cui sono già incorso vari tentativi (interni ed esterni) per determinarne l’indirizzo politico futuro. A maggior ragione i comunisti devono investire tutta la loro attenzione, per intervenire in questo evento politico molto importante per il futuro dei lavoratori! La questione salariale, l’orario di lavoro, la piena occupazione a tempo indeterminato, la difesa dei CCNL, la sicurezza, la scuola, la sanità, i trasporti, la programmazione economica, un nuovo modello di sviluppo, il primato del capitale pubblico su quello privato, lo sviluppo dell’organizzazione e della democrazia in azienda, ecc. sono temi di estrema attualità a cui i comunisti dovrebbero portare il proprio contributo politico nei luoghi di lavoro e di produzione, tra i lavoratori e i delegati RSU; ma, anche nello stesso dibattito del congresso della CGIL.
Grandi sono le difficoltà e tanti sono gli ostacoli, perché le attuali condizioni politiche del paese sono molto diverse da quelle degli anni ’60 e ’70 in cui, ripetiamo, a livello nazionale c’era un forte PCI, c’era una CGIL molto più autonoma dalle politiche corporative di CISL e UIL e molto più vicina alla classe lavoratrice; ma, soprattutto si erano formati i Consigli di Fabbrica che avevano sostituito le vecchie Commissioni Interne (strutture sindacali simili alle attuali RSU). È bene precisare che i C.d.F. (che non sono organismi sindacali), non solo erano qualitativamente differenti dalle vecchie C.I.; ma nel contempo nulla avevano o hanno a che fare con i GDS o i CUB di allora o di oggi come, al contrario, qualche intellettuale sessantottino si ostina ancora a sostenere. In questa fase politica sono da ricostruire l’organizzazione comunista e le strutture consiliari, mentre sul terreno sindacale è da riconquistare la CGIL! La realtà dimostra che distaccarsi dalla CGIL (che è un sindacato e non un partito politico) è un errore che sottrae forze rivoluzionarie dalla lotta contro l’egemonia del riformismo! Dice Gramsci:
“Noi siamo, in linea di principio, contro la creazione di nuovi sindacati. In tutti i paesi capitalistici il movimento sindacale si è sviluppato in un senso determinato, dando luogo alla nascita e al progressivo sviluppo di una determinata organizzazione, che si è incarnata con la storia, con la tradizione, con le abitudini, coi modi di pensare della grande maggioranza delle masse proletarie. Ogni tentativo fatto per organizzare a parte gli elementi sindacali rivoluzionari è fallito in sé ed ha servito solo a rafforzare le posizioni egemoniche dei riformisti nella grande organizzazione.” (“Il nostro indirizzo sindacale” pubblicato sul n. 8 di “Stato Operaio” del 18.10.1923 – Milano)
Quindi, per i comunisti, è necessario lavorare nei luoghi in cui sono presenti le masse dei lavoratori per svolgere la propria battaglia politica. Qualsiasi fuga in avanti o accodamento vorrebbe dire abbandonare le masse nelle mani del riformismo o del massimalismo. Ancora Gramsci:
“…il partito rivoluzionario deve sempre, anche nelle peggiori situazioni oggettive, tendere a conservare tutte le accumulazioni di esperienza e di capacità tecnica e politica che si sono venute formando attraverso gli sviluppi della storia passata nella massa proletaria. Per il partito la Confederazione generale del lavoro costituisce in Italia l’organizzazione che storicamente esprime in modo più organico queste accumulazioni di esperienze di capacità e rappresenta quindi il terreno entro il quale deve essere condotta questa difesa…La tattica sindacale del partito consiste essenzialmente nello sviluppare tutta l’esperienza organizzativa delle grandi masse premendo sulle possibilità di più immediata realizzazione, considerate le difficoltà oggettive che sono create al movimento sindacale dal regime borghese da una parte e dal riformismo confederale dall’altra.” (Tesi di Lione – La questione sindacale – 1926)
Ecco perché i comunisti devono fare la propria battaglia politica e ideologica dentro la CGIL per trasformare questa grande organizzazione di massa in un sindacato di classe, qualsiasi fuga dalla CGIL denota soltanto la mancanza di volontà di una parte della sinistra di voler lottare contro il riformismo e ciò rappresenta un errore strategico, perché lascia il campo libero alle politiche capitolazioniste, concertative e corporative. I lavoratori e i delegati hanno bisogno di riappropriarsi del proprio sindacato per sconfiggere l’egemonia del riformismo incarnato nel PD e che rappresenta il vero cancro in casa CGIL. Per via burocratica o statutaria i comunisti non conquisteranno mai la maggioranza della CGIL, ma solo unendo le forze anticapitaliste intorno ad un chiaro programma di classe senza il quale i lavoratori continueranno a restare impotenti di fronte al grande capitale. Perciò, tenendo presente tutti i suoi limiti e senza alcuna illusione o idealizzazione, il documento alternativo della Fiom rappresenta comunque un punto di partenza politico importante che i comunisti dovrebbero sostenere nella loro battaglia contro le logiche concertative e per aprire una forte battaglia politica e culturale sulla questione della democrazia, della rappresentanza, dell’organizzazione e del controllo diretto dei lavoratori sulla fabbrica. Per raggiungere tale obiettivo è necessario creare mezzi adeguati e tenere presente due elementi fondamentali che sono sostanzialmente differenti e autonomi fra loro, ma che appartengono allo stesso soggetto di classe: – il primo riguarda il lavoratore nella sua qualità di salariato la cui organizzazione (sindacato) rappresenta, appunto, la fase di resistenza contro lo sfruttamento del capitale – il secondo riguarda il lavoratore nella sua qualità di produttore di merci la cui organizzazione (Consiglio di Fabbrica) rappresenta l’aspetto politico più importante della classe per il controllo e la gestione dell’organizzazione del lavoro e della produzione a cui soltanto l’organizzazione comunista può dare una risposta. Gramsci dice che:
“…La lotta per la formazione e per lo sviluppo dei Consigli di fabbrica e di azienda crediamo sia la lotta specifica del Partito comunista […] Con la lotta per i Consigli sarà possibile conquistare in modo stabile e permanente la maggioranza della Confederazione […] È certo importante avere nel seno della Confederazione una forte minoranza comunista organizzata e centralizzata, e a questo fine devono essere rivolti tutti i nostri sforzi di propaganda e di azione. Ma più importante storicamente e tatticamente è che nessuno sforzo sia risparmiato perché subito dopo il Congresso di Livorno sia possibile convocare un congresso dei Consigli e delle Commissioni interne di tutte le fabbriche e le aziende italiane e che da questo congresso venga nominata una Centrale che abbracci nei suoi quadri organizzativi tutta la massa operaia. ” (“La Confederazione Generale del Lavoro”, pubblicato su “L’Ordine Nuovo” del 25.02.1921)
In conclusione, sulla base delle condizioni materiali dei lavoratori e partendo dal documento della Fiom, un punto unificante per i lavoratori e per i comunisti potrebbe essere il terreno della democrazia operaia su cui costruire dei coordinamenti tra delegati RSU, attivisti sindacali disponibili della CGIL e del sindacalismo extraconfederale con i lavoratori comunisti che si pongono l’obiettivo di liberare le RSU dai vincoli elettivi imposti dai vertici e dalle burocrazie delle organizzazioni sindacali di massa. In questo modo si può avviare un percorso unitario di classe per rilanciare ed estendere dal basso nuove forme elettive di democrazia diretta sulla base delle esperienze storiche dei Consigli di Fabbrica che rappresentano gli strumenti, insieme alla ricostruzione di un PC e la trasformazione della CGIL in sindacato di classe, per una lotta proiettata verso una prospettiva di superamento dei rapporti di produzione capitalistici, di socializzazione dei mezzi di produzione e di costruzione del socialismo.


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