Nel corso dell’ultimo decennio, parallelamente all’incremento del numero di cittadini extracomunitari residenti sul nostro territorio, nella popolazione italiana è cresciuto un sentimento di diffi denza ed ostilità verso coloro che si trasferiscono in Italia in cerca di lavoro e di una vita migliore; sentimento che, esasperato dalle campagne operate da partiti e organi di informazione, sempre di più degenera in xenofobia ed atti di violenza razzista.
Questo in un Paese che ha visto milioni di suoi fi gli e figlie scegliere la via dell’emigrazione e che ancora oggi registra un elevato tasso di emigrazione verso altre nazioni dell’Unione europea. È solamente del dicembre scorso la notizia per cui, in base a statistiche dell’Eurostat relative al 2008, gli immigrati italiani negli Stati membri dell’Ue sono 1,3 milioni, pari all’11% del totale di immigrati “interni”, secondi ai cittadini romeni; ciò senza contare gli invisibili, gli italiani che vivono all’estero che non registrano la loro residenza presso le anagrafi consolari o gli omologhi servizi nei Paesi ospitanti e che, di conseguenza sfuggono alle statistiche.
E allora, leggendo le cronache sulla rivolta degli schiavi di Rosarno, in Calabria, ed i relativi, vacui, commenti di alcuni editorialisti “super partes”, ci saranno balzate alla mente queste parole, che paiono estremamente attuali e in linea col momento che il nostro Paese sta attraversando: <<Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affi ttano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, di attività criminali.>>.
Gli ometti scuri e puzzolenti in questione sono, o meglio erano, immigrati italiani negli USA, così come descritti in una relazione al Congresso degli Stati Uniti dall’Ispettorato per l’Immigrazione nel 1912.
Parole che dovrebbero invitare a riflettere ma che semplicemente confermano che nella realtà dei fatti la Storia non insegna, soprattutto ad un popolo di ripetenti cronici.
In un gioco di rimozione e rimodellamento della memoria individuale e collettiva della nostra nazione, abbiamo voluto crogiolarci nel mito degli italiani “brava gente”, ben voluti ovunque si rechino, apprezzati per la propria laboriosità ed intraprendenza. Come afferma Gian Antonio Stella, giornalista del Corriere della Sera, ne “Quando gli albanesi eravamo noi”, ci ricorda che “Quando si parla d’immigrazione italiana si pensa solo agli ‘zii d’America’, arricchiti e vincenti, ma nessuno vuole sapere che la percentuale di analfabeti tra gli italiani immigrati nel 1910 negli USA era del 71% o che gli italiani costituivano la maggioranza degli stranieri arrestati per omicidio” o ancora che il primo attentato nella storia con un’auto imbottita di esplosivo è stato fatto a New York, non da terroristi ma da criminali italiani contro una banda avversaria”. Abbiamo scordato chi siamo e da dove proveniamo: frutto dell’incontro e dell’integrazione di decine di popoli differenti, siamo una nazione di emigranti, ieri come oggi, per necessità o spirito di avventura. Una nazione i cui concittadini emigrati spesso hanno subito l’angheria dello sfruttamento del lavoro, il razzismo anche in forme violente. Oltre le commemorazioni per la strage di Marcinelle e gli sceneggiati edificanti sugli italiani in “America”, che alla fine, con la loro simpatia e buona volontà, finiscono per essere accolti ed integrati, non abbiamo affrontato il capitolo dell’emigrazione e dell’accoglienza ricevuta nelle terre di arrivo, così come, del resto, non abbiamo fatto con altre pagine controverse del nostro passato nazionale.
Il sonno della memoria, così come quello della ragione, genera mostri, porta a ripetere errori che le generazioni passate mai avrebbero pensato o sperato si ripetessero. Con noi italiani nella parte dei linciatori, questa volta. Abbiamo acconsentito a che divenissero verità accettate e condivise le colossali panzane dell’invasione extra-comunitaria, il becero luogo comune di orde di scansafatiche, pronti a vivere sulle nostre spalle, di sussidi e di case popolari. Scadendo ulteriormente, non ci siamo opposti con veemenza e fermezza agli stereotipi sui bingo-bongo, alla demonizzazione dell’altro come stupratore, spacciatore, assassino, parassita. Non rendendoci conto, nella nostra decadente ottusità, di ripetere i medesimi errori commessi contro i nostri nonni e padri emigrati all’estero; non comprendendo che molti nostri connazionali hanno patito e patiscono le medesime forme di pregiudizio che versiamo sui “nuovi” venuti in Italia. E non capendo che la perdita di sicurezza, sociale e fisica, non deriva da queste ulteriori vittime di un sistema iniquo, ma da coloro che ci istigano all’odio ed alla violenza quotidianamente.
Questi mostri tornano utili a qualcuno, che non di rado ha contribuito alla loro creazione: una parte della classe imprenditoriale e di quella politica italiana traggono profitto dalla demonizzazione dello straniero, dalla creazione dell’irregolarità e dall’esasperazione delle situazioni di marginalità e di sfruttamento. Questi mostri non sono stati combattuti sul nascere dall’altra parte della società, quella sana. Difatti, il fatto che negli ultimi trent’anni una Sinistra frammentata ed un sindacato sempre più burocratizzato abbiano perso molte battaglie per la difesa dei diritti sociali e civili acquisiti e per il loro, può giustificare la diffusione del pregiudizio e finanche del razzismo tra i lavoratori e, persino, alcuni compagni? Se, come alcuni hanno notato in questi giorni e dopo i fatti di Casal di Principe (CE) del settembre 2008, gli immigrati lottano per la difesa di quei diritti che gli italiani hanno annunciato e contro il potere della criminalità organizzata sul territorio, con cui sembriamo voler convivere, la loro organizzazione e difesa potrebbe rappresentare il punto di svolta nei rapporti di forza economici e sociali?
Ai posteri l’ardua sentenza.


{ 4 comments }
Il problema è che i partiti che dovrebbero e potrebbero fornire una risposta agli immigrati ed al fenomeno migratorio non riescono più neanche a parlare alle proprie classi sociali di riferimento. Difficile, quindi, che possano rappresentare i lavoratori immigrati, che pongono una complessità di problemi, quali i rapporti tra chi lavora e chi detiene i mezzi di produzione, sul significato di integrazione e sul rapporto tra nord e sud del mondo…
ci attende un lungo e duro lavoro, per recuperare queste lacune.
Per l’Italia l’immigrazione (non l’emigrazione) è un fatto relativamente nuovo. Io penso spesso alle domande e alle sfide che l’immigrazione pone in termini di integrazione e di tolleranza e mi rendo conto di quanto questo problema avesse toccato soltanto minimamente le riflessioni della generazione dei miei genitori quando avevano la mia età.
Il fatto è che un certo modo di pensare xenofobo e intollerante si sta facendo ampiamente spazio, complici i media e il ceto politico, anche tra le classi sociali cui vogliamo fare riferimento e spesso, purtroppo, anche tra i “compagni”.
Il problema, grave, è che manca una struttura (un partito?) per affrontare la questione da un punto di vista “di classe”, sia “tra italiani”, sia dagli italiani verso gli “stranieri” e viceversa. Il tutto si riduce, nel migliore dei casi, a condannare gli episodi di razzismo e a straparlare di “integrazione”, senza muovere un dito, politicamente, per proporre un approccio alternativo, “di classe” appunto.
Purtroppo è un luogo comune cui molti vogliono credere.
Un giorno una tizia ebbe il coraggio di negare che quaranta anni fa non si affittava ai meridionali in mlte città del Nord. Lei era una immigrata dal sud, all’epoca.
Recentemente l’Unità ha rportato la notizia di un sondaggi condotto su un campione di adolescenti; il tema era l’immigrazione e oltre la metà degli intervistati si è dichiarato ostile alla presenza di immigrati in Italia…
tempi neri di fronte a noi!
altro che italiani brava gente !!!! ormai ci si vergogna di essere italiani in giro per l’Europa. Tra il Nano e la ‘ngrangheda che soffia sul fuorco del razzismo per i propri interessi . Ancore alla fine degli anni ’70 inizi ’80 ci sentiva dire nel Belgio di Marcinelle: “non affitto casa ad italiani”.
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