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3101 EDITORIALE : In nome del popolo suddito

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by rossimone77 on 26/09/2011 · 0 comments

in Economia,Editoriali,nr.31

La sovranità perduta dei cittadini

di Simone Rossi - coordinatore del nr. 31

In un discorso tenuto presso l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel dicembre 1972, il presidente cileno Salvador Allende mise in guardia i delegati dal crescente potere delle imprese multinazionali e dei lori agenti, il cui potere già allora travalicava le frontiere nazionali e si andava consolidando eludendo il controllo democratico dei cittadini; un potere che nel nome di interessi privati avrebbe sfidato la sovranità dei popoli esercitata tramite le istituzioni democraticamente elette.
Nelle riprese video di quell’intervento, reperibili in rete, si nota che gran parte dei rappresentanti seduti nell’assemblea applaudirono; ciononostante queste organizzazioni multinazionali hanno proliferato, fino ad esercitare un potere incontrastato su scala planetaria. I loro agenti, che hanno il nome di Fondo Monetario Internazionale (FMI), Banca Centrale Europea (BCE), Banca Mondiale (BM) ed Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC, più comunemente WTO) o genericamente indicati con un termine più fumoso come “i mercati”, hanno dettato e dettano le linee guida delle politiche economiche degli Stati sovrani, svuotando di significato la democrazia, che rimane solamente un feticcio, una facciata per dare legittimità ad una classe politica generalmente autoreferenziale e totalmente supina agli interessi di una minoranza (ossia a precisi interessi di classe).
A partire dalla fine degli anni ’80 del secolo scorso queste entità sovranazionali hanno incrementato il proprio potere e la propria pervasività, assurgendo ad un ruolo dogmatico, indiscusso ed indiscutibile, nell’orientamento politico ed economico a livello mondiale.

Per raggiungere di questo obiettivo hanno sfruttato le situazioni di crisi come, ad esempio, l’esplodere del debito dei paesi cosiddetti in via di sviluppo (PVS), permettendo alle ex potenze coloniali di riprendere il controllo sulle materie prime e sulla manodopera locale, ponendo fine alle esperienze nazionaliste apertesi con l’indipendenza ed avviando una fase neocoloniale e di intervento militare se necessario.
In America Latina, dagli anni ’80 e fino alla recente presa di coscienza nei paesi del cosiddetto Cono Sud, il debito è stata la leva con cui consolidare ed allargare le conquiste di stampo neoliberiste ottenute dai regimi dittatoriali, causa essi stessi del debito; di fatto, alle dittature seguì una pseudo-democrazia in libertà vigilata, sotto l’egida del FMI e della BM.

Ora, è giunto il momento dell’Europa Occidentale, che negli ultimi tre decenni, anche se non è stata immune all’offensiva neoliberista, ha mantenuto una forma di autonomia decisionale in campo economico. La stessa Unione Europea, su cui i cittadini sono in grado di esercitare un debole controllo, ha trovato resistenze da parte dei governi nazionali nella attuazione di determinate politiche economiche, a dispetto dei trattati vigenti. La crisi del settore finanziario esplosa nel 2008 e l’emergere di situazioni di debito pubblico elevato sono il grimaldello con cui gli organismi sovranazionali, non eletti dai cittadini, stanno distruggendo quanto ancora in piedi delle conquiste sociali ottenute dalle lotte sociali del XX secolo.

Il successo, ci auguriamo momentaneo, di questa operazione si basa su tre fattori principali: lo svuotamento della democrazia, l’egemonia culturale dell’ideologia capitalista, l’inconsistenza delle forze di alternativa. Tanto più la retorica sul modello democratico e liberale delle società occidentali è cresciuta ed è servita a giustificare guerre contro gli “stati canaglia”, quanto più la voce dei cittadini è stata silenziata, chiusa nel rito di depositare una scheda nell’urna elettorale di sistemi elettorali che hanno cancellato ovunque le forme di rappresentanza proporzionale conquistate nel XX secolo.
Ogni forma del dissenso è stata tacciata di miopia, egoismo o estremismo; anche oggi, quando un po’ in tutto il continente si registraproteste, campagne di pressione e scioperi che si oppongono ai tagli ai servizi ed alla spesa sociale pubblica. Le forze, tanto conservatrici quanto “progressiste”, sono unite nell’opera di demolizione dello Stato sociale e coadiuvate dai mezzi di informazione, trasformati nella cassa di risonanza di quella religione laica che è l’Economia, presentata come una “scienza neutra” con i suoi sacerdoti, gli economisti, dotati di infallibilità al pari del Papa.

Di fronte al montare dell’offensiva neoliberista ed al relativo svuotamento delle istituzioni democratiche i cittadini, il popolo, e le loro tradizionali forme di organizzazione sono stati spettatori impotenti.
Mentre in America Latina, a seguito anni di egemonia liberista, si rafforzano ed ampliano le esperienze di governi che aspirano a maggiore equità e giustizia sociale, o al “Socialismo del XXI secolo”, e si registrano episodi di proteste e rivolte contro lo status quo in parti dell’Africa ed in Medio Oriente, i partiti comunisti e marxisti europei segnano un po’ ovunque il passo, sull’onda lunga del “trionfo” capitalista del 1989 e pagando lo scotto delle esperienze delle coalizioni di centro-sinistra a cavallo dell’inizio di millennio. I sindacati faticano a far presa sulle generazioni di giovani lavoratori, inquadrati in forme di lavoro atipiche, con una scarsa coscienza di classe e disillusi dalle linee di concertazione con il padronato frequentemente adottate dai maggiori sindacati europei. Il conflitto, là dove sfocia in proteste, assume quindi le forme di movimenti spontanei, dal basso, privi di una chiara e marcata connotazione ideologica ed incapaci di superare la critica dell’esistente per proporre un modello alternativo a quello dominante. Al capitalismo, al liberismo ed alla falsa democrazia non si contrappone qualcosa che sappia galvanizzare e suggestionare i giovani lavoratori come seppe essere il comunismo nel secolo scorso.

In questo numero di Aurora desideriamo fornire un’analisi, seppur parziale, della situazione politica, economica e sociale in alcuni paesi europei; una prospettiva internazionale da cui non si può prescindere per vincere la lotta per la salvaguardia dei diritti universali e per il trionfo di un modello basato sulla giustizia sociale, come ci hanno indicato i compagni e le compagne del partito comunista greco (KKE) durante le massicce manifestazioni dello scorso anno.

Allo stesso modo, riteniamo che la vittoria delle forze popolari e democratiche contro l’offensiva degli interessi di quei pochi che detengono il potere economico non possa essere raggiunta senza un partito comunista unitario, di massa, che ispiri, coordini e guidi il dissenso e costruisca il consenso intorno ad un progetto di alternativa. Per questo motivo dedichiamo parte di questo numero al saggio “Ricostruire il partito comunista” di O. Diliberto, V. Giacché e F. Sorini, recentemente pubblicato per le edizioni Simple, augurandoci che esso possa fornire spunti ai nostri lettori ed alle nostre lettrici per superare l’attuale fase di stallo, in cui a tensioni verso l’unità si alternano distinguo e pulsioni identitarie. La questione della necessità di ricostruire un partito comunista e delle modalità con cui crearlo assume un’ulteriore importanza se consideriamo che nei prossimi due mesi si terranno i congressi del Partito della Rifondazione Comunista e del Partito dei Comunisti Italiani. Si tratta di due partiti che dopo l’esperienza elettorale della Sinistra Arcobaleno ed i congressi dell’estate 2008, hanno avviato un processo federativo di cui sono pietre miliari la Lista Anticapitalista alle ultime elezioni europee e la costituzione di un nuovo soggetto, la Federazione della Sinistra, con il congresso del novembre 2010.

In quanto collettivo redazionale di Aurora “giornale per l’unità comunista”, guardiamo con interesse e passione a questi appuntamenti ed abbiamo raccolto le riflessioni di alcuni compagni e compagne che a tali momenti di dibattito parteciperanno in quanto militanti dei due partiti. Crediamo che sia il momento di sciogliere ogni indugio, di metter da parte le recriminazioni reciproche sugli errori tattici e politici commessi in passato e di operare un processo di sintesi che porti alla nascita di un partito comunista, che non vuole essere una pallida riproduzione del PCI, ma che tragga insegnamento da questa significativa esperienza della storia del nostro paese. A tre anni dallo scoppio della crisi finanziaria ed economica e di fronte al precipitare della situazione verso quello che sembra esser l’attacco mortale allo Stato Sociale ed alle conquiste di due secoli di movimento dei lavoratori deve porsi un termine definitivo alla tendenza alla frammentazione dei comunisti in partiti ed organizzazioni di portata marginale e votati alla guerra fratricida. In molti paesi d’Europa i militanti del PRC e del PdCI lavorano da anni come un unico partito, con sedi e riviste comuni (Aurora ne è un esempio).
È nostro dovere contribuire allo sviluppo di una analisi critica e partecipare al dibattito con riflessioni che portino a svelare l’ideologia liberista e a rafforzare le basi politiche, le strategie e definire il programma di alternativa economico-sociale a breve e lungo termine proprio di una forza comunista del XXI secolo. Le piazze di tutte le capitali europee, da Atene a Reykjavik, mostrano che i cittadini non sono più disposti ad accettare di essere il capro espiatorio della crisi e di doverla pagare sacrificando i diritti universali ed i beni comuni.
Assumiamoci l’onore e l’onere di dar voce e rappresentanza politica a queste piazze e di lottare in prima linea nel nome di quel comunismo cui diciamo di aspirare.

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