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3208 Beni Comuni: Battaglia politica cruciale del XXI secolo

by perla on 03/02/2012 · 0 comments

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  di Perla Conoscenza

La presa di coscienza dell’esistenza dei beni comuni, beni la cui gestione e il diritto di uso deve essere comune, può attivare un percorso di liberazione dalla legge del profitto.
L’esistenza dei beni comuni è stata a lungo negata dagli economisti neoliberali.
Oggi, diventato impossibile negarne l’esistenza, si tenta di ridurli a casi eccezionali e di circoscriverli al minimo per continuare a saccheggiare quei beni il cui status di beni comuni continua ad essere negato. Infatti, lo status di bene comune non è caratteristica intrinseca del bene, ma è determinata storicamente dai rapporti di produzione e dai rapporti di forze (in particolare dalla forza di farli percepire come tali lacerando la cortina stesa dall’ideologia dominante). In altre parole dipende dalla forza delle lotte[1].

Lotte che – auspicabilmente – si sviluppano seguendo un percorso evolutivo:

  1. inizialmente vi è una reazione e una volontà di difesa dell’ambiente e di riconquista di diritti e spazi pubblici democratici;
  2. successivamente, grazie un lavoro di partecipativo di riflessione e di analisi collettiva, si ha una presa di coscienza e si individuano quali siano i beni comuni da rivendicare;
  3. infine si rivendica e conquista l’autogoverno dei beni comuni, creando gradualmente uno spazio del “comune”, la cui gestione sia comune e il cui utilizzo non sia soggetto alla legge del profitto. Queste pratiche (locali e globali), insieme alla loro diffusione, possono diventare un momento costituente di politiche e di modelli economici alternativi, scardinando il dualismo proprietà privata – proprietà pubblica.

Il saccheggio

Il capitalismo maturo del XXI secolo, in profonda crisi, mette in opera tutti gli strumenti al fine di estrarre maggior plusvalore possibile. Da una parte incrementa lo sfruttamento nella produzione materiale, con il taglio dai salari diretti, indiretti (servizi) e differiti (pensioni), taglio dei diritti, delocalizzazioni e precarizzazioni; dall’altra dispiega completamente i processi di globalizzazione e di mercificazione e punta su attività dove può ottenere la maggiore valorizzazione e accumulazione del capitale; in particolare i processi di finanziarizzazione e di espropriazione e sfruttamento del «comune».
Insieme alla speculazione finanziaria, il terreno dei «beni comuni» è oggi il principale luogo dove si dispiegano i processi di valorizzazione e accumulazione del capitale. In particolare con lo sfruttamento dell’ambiente e con le attività di produzione immateriale legate alla conoscenza, dove un pugno di oligopolisti globali possono estrarre immenso valore dalle informazioni e dal lavoro estratto dal lavoro di enormi masse di utenti. Con il pretesto di un «rigore di bilancio» si  saccheggiano quei «beni» non declinabili in termini di proprietà privata, dall’istruzione all’acqua, dalla salute alle pensioni, per trasformarli in generatori di rendite finanziarie.

Ma il terreno dell’espropriazione e del saccheggio a fini di profitto privato dei servizi pubblici e dei beni comuni è anche il terreno dove questa espropriazione e sfruttamento mostra le sue contraddizioni e diseguaglianze.
Sulla difesa dei beni comuni assistiamo a battaglie di massa: dalla lotta per l’acqua, all’università e alla scuola pubblica; da quella per l’informazione critica a quelle contro lo scempio e il consumo del territorio; dalla lotta contro la privatizzazione della rete internet a quella contro l’esproprio delle informazioni generate dagli utenti. Da queste lotte stanno sorgendo i primi tentativi di resistenza radicale ad un capitalismo di rapina globale; in particolare al suo assunto che pretende “naturale e efficiente” privatizzare ogni risorsa e assegnarla in proprietà privata. Questo paradigma liberista fino a poco fa era stato invece introiettato e assorbito senza alcuna critica, permettendo una graduale privatizzazione di tutti i beni comuni, sia materiali (quali l’acqua, le risorse naturali, il territorio, …) che immateriali (informazione, saperi, conoscenza, scuola, cultura, scoperte scientifiche).

La Commissione Rodotà

Solo a partire dal 2007 abbiamo assistito all’intervento riformista illuminato della Commissione Rodotà, incaricata di ridefinire un quadro normativo dei beni. La Commissione si è sempre riferita allo spirito della Costituzione Repubblicana. Ha superato il dualismo fra bene pubblico – bene privato con l’introduzione dei beni comuni; ha preconizzato le tendenze economiche e politiche del saccheggio dei beni comuni alle quali stiamo assistendo.

Le conclusioni della Commissione citano:i cambiamenti tecnologici ed economici verificatisi fra il 1942 ed oggi hanno reso obsoleta la parte del Codice Civile relativa ai beni pubblici”, “importanti tipologie di beni sono assenti. Tale assenza ad oggi non è più giustificabile. In primo luogo i beni immateriali, sono divenuti oggi nozione chiave per ogni avanzata economia”, “Altre tipologie di beni pubblici sono profondamente cambiate negli anni: si pensi ai beni necessari a svolgere servizi pubblici, come le c.d. “reti”, sempre più variabili, articolate e complesse. I beni finanziari, tradizionalmente obliterati”, “Inoltre le risorse naturali, come le acque, l’aria respirabile, le foreste, i ghiacciai, la fauna e la flora tutelata, che stanno attraversando una drammatica fase di progressiva scarsità”, “la gestione del patrimonio pubblico, anche a causa delle difficoltà … in cui si trovano gran parte dei bilanci pubblici europei, richiede, … la garanzia che il governo pro tempore non ceda alla tentazione di vendere beni del patrimonio pubblico, per ragioni diverse da quelle strutturali o strategiche, … ma per finanziare spese correnti.”

Con grande acutezza, la Commissione Rodotà per definire quali i beni vadano definiti come beni comuni, è partita dal loro valore d’uso: “L’analisi della rilevanza economica e sociale dei beni individua i beni medesimi come oggetti, materiali o immateriali, che esprimono diversi «fasci di utilità». Di qui la scelta della Commissione di classificare i beni in base alle utilità prodotte” “Si è prevista, anzitutto, una nuova fondamentale categoria, quella dei beni comuni, che non rientrano stricto sensu nella specie dei beni pubblici, poiché sono a titolarità diffusa”. “Ne fanno parte, essenzialmente, le risorse naturali, come i fiumi, i torrenti, i laghi e le altre acque; l’ aria; i parchi, le foreste…”. “Vi rientrano, altresì, i beni archeologici, culturali, ambientali.” ”i quali, a prescindere dalla loro appartenenza pubblica o privata, esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali e al libero sviluppo delle persone e dei quali, perciò, la legge deve garantire in ogni caso la fruizione collettiva, diretta e da parte di tutti, anche in favore delle generazioni future”.

La Commissione ha preso atto dell’esistenza dei beni comuni immateriali: le concessioni sullo spettro delle frequenze; ed anche di una serie di beni finanziari (crediti pubblici, partecipazioni) ed immateriali (marchi, brevetti, opere dell’ingegno, informazioni pubbliche, e altri diritti) su cui sembrava necessario agire attraverso una riforma generale del regime proprietario di riferimento”.

Infine identifica esplicitamente il carattere alternativo rispetto ad una logica esclusivamente di mercato:
“Non siamo di fronte ad una questione marginale o settoriale, ma ad una diversa idea della politica e delle sue forme, capace non solo di dare voce alle persone, ma di costruire soggettività politiche, di redistribuire poteri. È un tema “costituzionale”, almeno per tutti quelli che, volgendo lo sguardo sul mondo, colgono l’insostenibilità crescente degli assetti ciecamente affidati alla legge “naturale” dei mercati.”
(Stefano Rodotà)[2].

La Commissione in particolare propone:

  1. “La revisione [della legislazione] al fine di includervi, come beni, anche le cose immateriali”;
  2. “La distinzione dei beni in beni comuni, pubblici e privati”;
  3. “La previsione della categoria dei beni comuni, cioè delle cose che esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali nonché al libero sviluppo della persona” (che completerei con: “o di interesse generale economico e sociale”).

Le conclusioni, rivoluzionarie per quei tempi, passano inosservate, e il governo successivo – con il ritorno di Berlusconi – insabbia la proposta.

Le battaglie per l’acqua come bene comune e la difesa dei servizi pubblici.

Solo a distanza di anni, a partire dall’acqua (bene comune per eccellenza) e dalla difesa dei servizi pubblici, il concetto di bene comune, nella accezione della Commissione Rodotà, diventa senso comune e si trasforma in una rivendicazione che acquisisce sempre più peso e sostanza. Su questa base si riescono a raccogliere un milione di firme che permettono di indire il referendum. Nel giugno 2011, 26 milioni di cittadini votano per affermare l’acqua come bene comune e per una sua gestione partecipativa e senza logiche di profitto.

Dopo la vittoria referendaria, si avviano pratiche locali di gestione dei beni comuni come la costituzione di «Acqua Bene Comune a Napoli», in sostituzione della vecchia S.p.A. che gestiva le risorse idriche. Vedendo le battaglie per l’acqua e l’ambiente (nate autonomamente dai partiti) la classe politica comprende che la terminologia dei beni comuni può formare la base fondamentale per riguadagnare credibilità; per presentare una modello che abbia elementi che vadano oltre la  proprietà pubblica o privata e che superino il rapporto esclusivo tra proprietario e bene, per formare un nuovo modello partecipato di gestione dei beni comuni.

Intorno a questi temi comincia a ricoagularsi un polo di sinistra. A gennaio si convoca il «Forum dei comuni per i beni comuni» dove si incontrano amministratori di sinistra e movimenti. Partecipano tutti i partiti del centro-sinistra: la Federazione della Sinistra, SEL, IdV e perfino una parte del PD.

Sulla spinta del successo del referendum, si lancia una raccolta di firme a livello europeo per richiedere una carta  Europea dei beni comuni (European Citizen’s Initiative for a European Charter of the Commons) sfruttando il nuovo strumento legislativo (European Citizen’s Initiative). Questo strumento permette unicamente di postulare alla Commissione Europea di proporre una direttiva (i cui contenuti definisce autonomamente) la quale seguirebbe il processo legislativo ordinario (quindi passando dal Parlamento Europeo).

L’elaborazione dei principi-base e di un sistema normativo, da sostenere successivamente nei confronti di Commissione e Parlamento, potrebbero risultare da un lavoro collettivo di dibattito e approfondimento (da svolgersi durante la raccolta delle firme, e durante le successive battaglie verso il Parlamento Europeo), con il pieno coinvolgimento dei movimenti e delle comunità.

Anche se i rapporti di forza oggi sono sfavorevoli e probabilmente non si adotterà una legge in favore dei beni comuni, questa iniziativa permetterebbe di promuovere due-tre anni di profondo dibattito e di dure battaglie le quali, se collettive, contribuirebbero a una presa di coscienza di massa in Europa.

Presa di coscienza, che – secondo il promotore della campagna – “in particolare permette di cominciare a riflettere che oltre ai due modelli, ovvero «quello dello Stato sovrano e quello della proprietà privata», che operano di concerto nel garantire la continuità dell’accumulazione del capitale, vi è il comune, caratterizzato al contrario dal libero accesso al suo godimento evitando così di consegnare i «beni» così censiti alla logica, «sempre in agguato, della mercificazione»”.

Vecchie e nuove recinzioni. La conoscenza come bene comune

Le battaglie per i beni comuni cominciano solo ora a includere l’aspetto digitale e cognitivo, punto cruciale per l’accumulazione del XXI secolo. Sappiamo che l’industrializzazione legata alla nascente industria tessile impose la recinzione delle terre fino ad allora comuni, e la loro trasformazione in pascoli.
Tali recinzioni furono veri e propri atti di rapina istituzionalizzata nei confronti di intere popolazioni, che si trovarono improvvisamente impoverite, a causa dell’esproprio delle risorse comuni utilizzate per secoli. Oggi gli stessi processi di recinzione e di esproprio si verificano nel settore dell’economia cognitiva, con la valorizzazione di conoscenza e saperi, con la riduzione a merce dei dati generati dagli utenti e delle loro relazioni sociali.

Questi beni cognitivi, o «digital commons», sono cruciali per lo sviluppo dell’economia e della società del XXI secolo e sono oggi il motore essenziale del “capitalismo cognitivo”. Dobbiamo quindi identificare,  proteggere e rendere fruibili questi beni, prima che l’operazione di recinzione e appropriazione sia conclusa. Operazione che avviene tramite la legislazione, ma prima ancora facendo accettare come naturale la loro assegnazione come proprietà e le limitazioni al loro uso, limitazioni che hanno l’unica ragion d’essere nella necessità di uno sfruttamento da parte del mercato a danno di un uso generale. Le questioni relative all’importanza, all’utilizzo (non necessariamente alla proprietà) e alla gestione dei beni comuni digitali, quali la conoscenza o i dati personali (individuali o aggregati) sono complesse e spesso sfuggono alla comprensione generale[3]. “Nell’economia del XXI secolo, il processo di creazione e accumulazione di valore ha origine nella struttura reticolare, network, che è rappresentata dall’insieme di flussi e relazioni che generano una cooperazione sociale, senza la quale non avrebbe luogo il processo produttivo e di valorizzazione. Nel capitalismo cognitivo non esiste quindi una produttività individuale, ma piuttosto una produttività collettiva o sociale (intelligenza collettiva). Ne consegue che la dicotomia individuale-collettivo perde qualsiasi rilevanza nel momento stesso in cui la produzione è intrinsecamente produzione sociale fondata sul general intellect.” [Fumagalli 2011]. La tendenza alla crescita del capitale chiamato immateriale è strettamente legata allo sviluppo delle istituzioni e del salario socializzato e dei servizi collettivi del Welfare. In particolare sono i servizi di Welfare che hanno permesso il dispiegarsi dell’istruzione di massa e giocato un ruolo chiave nella formazione di una intellettualità diffusa o intelligenza collettiva: quest’ultimo rappresenta la parte più significativa dell’aumento del capitale chiamato intangibile o cognitivo; capitale cognitivo che è oggi l’elemento essenziale della crescita e la competitività di un territorio”  [Vercellone 2011]. La conoscenza (il general intellect di Marx) diventa quindi, in una economia basata sulla conoscenza, la principale forza produttiva immediata, creata grazie al Welfare, ma poi estratta, privatizzata, recintata, aggregata e utilizzata per generare profitti privati. E’ questa logica di valorizzazione che va compresa e ri-socializzata con l’istituzione “del comune”.

Testi di riferimento

Come abbiamo visto, a questa rinnovata centralità del tema del comune è corrisposta una ricca discussione, sia all’interno del pensiero economico classico che all’interno del pensiero critico. Una discussione che ha portato all’ evolversi dei concetti, evidenziando con sempre maggiore chiarezza la sua inconciliabilità rispetto alle logiche di mercato e alla organizzazione sociale del capitalismo.

Da un lato il premio Nobel per l’economia a Elinor Ostrom per il suo libro “Governing the Commons”, (seguito da “Understanding Knowledge as a Commons”) ha marcato l’ingresso dei «beni comuni» anche nel mainstream accademico e scientifico, dall’altro Antonio Negri & Michael Hardt con “Comune. Oltre il privato e il pubblico” ha definito «il comune» nell’ambito del capitalismo cognitivo e della produzione «biopolitica».

PRINCIPALI RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI SUI BENI COMUNI

Negri, Antonio & Hardt, Michael; Comune. Oltre il privato e il pubblico (Commonwealt), Rizzoli, 2010, pp. 432

Negri, Antonio, Inventare il comune degli uomini, Derive Approdi, 11/2011 pp. 224

Vercellone, Carlo, Capitalismo Cognitivo, Conoscenza e finanza nell’epoca postfordista, manifestolibri, 2006, pp.293

Fumagalli, Andrea, “Bioeconomia e capitalismo cognitivo”, Carocci, 2007, pp.228

Fumagalli, Andrea, “L’analisi del processo bioeconomico di accumulazione, introduzione all’economia politica del postfordismo: dal capitalismo industriale al capitalismo cognitivo”, dispense, Università di Lecce, 2011, pp.56


Agrain, Philippe, “Cause commune, l’information entre bien commun et proprietè”, fayard, 2005, pp.270

Lucarelli, Alberto; Beni Comuni, Dalla teoria all’azione politica, Dissensi edizioni, 2011, pp. 416

Mattei, Ugo; Beni comuni, Un manifesto, Laterza, 09/2011, pp. 358.

Cacciari, Paolo (a cura di); La società dei beni comuni – Una rassegna, Ediesse, Roma, 01/2011, pp. 192.

Ricoveri, Giovanna; Beni Comuni vs. Merci, Jaca Book, 01/2010, pp. 120.


Hess, Carlotte & Ostrom Elinor; Understanding Knowledge as a Commons, From Theory to Practice, MIT press, 2006, pp. 381

Ostrom, Elinor, Governing the Commons: The Evolution of Institutions for Collective Action, Cambridge University Press, 1990, pp.280

Hardin, Garrett, The tragedy of the commons, Science, #162, 1968, p. 1243-1248 .


vedi anche gli articoli (premonitori) su “Conoscenza Bene Comune”  su questa rivista e questo blog
3020 Felici e Sfruttati, un saggio di Carlo Formenti [ blog ]
2811  Addio net neutrality e internet distribuita [ blog ]
2712  All’orizzonte le nuvole dell’Internet del futuro [ blog ]
2403  Dal lavoro alle rendite: forme di estrazione del valore e di accumulazione nel secolo del capitalismo cognitivo [ blog ]
2013  La violenza del capitalismo finanziario [ blog ]
1914  Conoscenza Bene Comune [ blog ]
1822  Europa 2020 e ACTA: all’assalto al bene comune conoscenza. Prendere coscienza e organizzare la resistenza [ blog ]
0604  Conoscenza e Reti nel XXI secolo, da strumenti di emancipazione e cooperazione a mezzi di produzione
e sul blog http://aurorainrete.org/wp/?s=ACTA


[1] Un chiaro esempio è fornito dai decreti del governo Monti, al quale la troika ha richiesto con le privatizzazioni di far ricadere ogni risorsa naturale, ogni bene comune, ogni servizio pubblico sotto l’ambito del profitto privato. La vittoria del referendum sull’acqua ha evitato che l’acqua ricadesse nell’ambito delle privatizzazioni; la reazione ambientalista ha evitato che la salvaguardia della coste marine fosse ulteriormente ridotta a favore della trivellazione petrolifera.

[3] Al contrario, alle istituzioni sono ben chiari: il  27/1/2011, la commissaria V.Reding  presentando la proposta di direttiva sulle regole per la protezione dei dati ha esordito affermando che “Oggi, i dati personali sono diventati uno dei beni di maggior valore delle società. I dati sono la moneta dell’economia digitale”

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