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3201 EDITORIALE: La lunga marcia contro il capitalismo

by perla on 03/02/2012 · 1 comment

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Ricostruire il sapere critico collettivo

di Perla Conoscenza – coordinatore del nr. 32

Siamo entrati a pieno titolo nel XXI secolo. Un XXI molto differente da quel che ci aspettavamo. Una Unione Europea molto differente dall’Europa della sicurezza sociale e del welfare, che solo due decenni fa era stata promessa ai cittadini dei vecchi e nuovi paesi membri. Nel conflitto fra capitale e lavoro, il capitale ha stravinto; sbaragliato i diritti del lavoro e dei lavoratori. L’ideologia liberista è talmente pervasiva e onnipresente, da non essere neppure più riconosciuta come tale.

L’“eccesso di democrazia” del secolo scorso, era necessario ai governanti, finché – almeno nell’immaginario collettivo di ampi strati della popolazione – vi era l’aspirazione e la speranza di poter costruire una società che non fosse basata esclusivamente sulla logica del profitto; dove le scelte politiche non fossero esclusivamente determinate dalla legge di mercato, dalla logica del saccheggio e del massimo arricchimento, ma si potessero perseguire valori come eguaglianza, fraternità, equità, finché vi erano paesi che propugnavano modelli sociali alternativi al capitalismo.

Le decisioni politiche ed economiche, le leggi, venivano non solo sottoposte al dibattito e al voto di consigli eletti dal popolo, ma perfino discusse e negoziate.

Oggi, invece, non è più necessario un modello di democrazia fondato su istituzioni democratiche partecipative, fondate su meccanismi di delega e di rappresentanza rappresentativi e proporzionali; sulla possibilità di abrogare decisioni impopolari tramite democrazia diretta.
La politica e l’economia di un numero sempre maggiore di paesi Europei può essere finalmente di fatto commissariata dal potere finanziario.
I loro governi e i loro programmi sono imposti dalla “triade”: Banca Centrale Europea, Commissione Europea (dominata dal direttorio franco-tedesco); Fondo Monetario Internazionale. La “democrazia” è archeologia. In Grecia il primo ministro George Papandreou aveva annunciato un referendum sulle misure di austerità.
E’ stato deposto.

I banchieri hanno preso il potere, cominciando da Italia e Grecia. Letteralmente, nella figura di due ex-banchieri e membri della Trilaterale: Lucas Papademos e Mario Monti. Il loro compito è garantire quell’ottemperanza ai diktat della “Triade”: ossia spazzare via ogni protezione sociale, principi e valori che siano di intralcio al pieno dispiegarsi della legge del profitto, dello sfruttamento, del saccheggio. Il loro compito – ora che sono stati spazzati via o assimilati i soggetti che sono portatori delle istanze e rappresentanze sociali – è di contrastare la caduta del saggio di profitto, raschiando il fondo del barile: approfondendo le differenze sociali e lo sfruttamento, ossia di portare all’estremo quelle politiche e quel modello sociale capitalista senza “lacci e laccioli” che ha portato alla crisi attuale all’impoverimento di massa e all’approfondimento delle differenze sociali.
In altri termini di perseverare in quelle ricette e comportamenti sciagurati per i lavoratori e i cittadini, ma redditizi per banche, grandi capitali e rendite finanziarie. Redditizi per chi ha inondato i paesi in crisi di titoli derivati, acquisendo enormi rendite finanziarie, poi quando queste si sono tramutate in perdite, salvato dal fallimento grazie al finanziamento statale, creando voragini nel debito pubblico, che improvvisamente “deve essere rapidamente sanato” a spese dei lavoratori.

Grazie all’assenza di dibattito parlamentare; a una legislazione realizzata tramite decreti legge; all’assenza di opposizione e di proposte alternative da parte dei partiti; alla mancanza totale di critica da parte dei media, è stato assegnato un potere praticamente assoluto ad un esponente in prima fila del fronte neoliberista: all’International Advisor di Goldman Sachs, al presidente per l’Europa della Commissione Trilaterale (creata da Rockefeller al tempo della Guerra Fredda per fare trionfare il modello capitalista neoliberista): Mario Monti.

Dopo aver dato l’incarico di gestire un asilo infantile ad un prete pedofilo, lo lascereste “lavorare” dichiarando: “aspettiamo i risultati prima di giudicare”? Vi meravigliereste se scopriste che perseverasse nelle sue abitudini?
Su mandato della BCE e delle grandi banche creditrici è stato dato l’incarico di governo a chi propugna l’obbediente sottomissione alle dottrine neoliberiste che infiniti guai stanno seminando in tutto il mondo; a chi sostiene la “legge del mercato” sia un modo equo di distribuire lavoro e risorse[1] e vuole ridurre tutto a merce.
Vi meravigliereste se stravolgesse leggi e Costituzione repubblicana per portare all’estremo le dottrine liberiste alle quali ha dedicato tutta la sua vita? Vi meravigliereste se le misure di questo governo “tecnico” fossero funzionali a questo, ossia: liberalizzazioni e deregolamentazione, riforme del “mercato” del lavoro e degli ammortizzatori sociali, tutte politicamente e ideologicamente determinate?
Le prime prevedibilissime misure sono: riforma del lavoro (= legittimazione della precarietà lavorativa, riduzione dei salari, deregolamentazione); la liberalizzazione (= deregulation) dei servizi pubblici; taglio dei servizi sociali (= taglio dei salari indiretti); aumento dell’età pensionabile, blocco dell’indicizzazione ai prezzi dell’importo della pensione (= esproprio dei salari differiti); riconferma delle norme vigenti sull’immigrazione (= approfondimento delle divisioni di classe, casta, etnia); allocazione delle frequenze (= completamento del monopolio berlusconiano delle reti televisive, controllo dei media).
Ma non finisce qui: l’alleanza fra proprietà privata (società private, multinazionali, centri bancari e finanziari) che ha bisogno di massimizzare profitti e rendite, e il governo a loro succube, è alla ricerca di sempre nuove occasioni di mercificazione e privatizzazione. La fase successiva dell’attacco si sposta sul terreno seguente: il saccheggio e la spoliazione da parte dei privati dei servizi e dei beni pubblici e comuni. Ossia realizzare la trasformazione dei beni comuni in merci e fonte di profitti per oligopoli e multinazionali, imporre leggi di privatizzazione dei beni pubblici e che ne impediscano la tutela rispetto alla spoliazione de parte dei privati. (vedi articolo a pag.14 «Beni comuni: Condividerli e proteggerli. Battaglia cruciale del XXI secolo»).

LA SCONFITTA E’ CULTURALE

La vittoria conseguita dal fronte neoliberista non è economica, ma puramente ideologica: avere creato una coltre ideologica che presenta immagini capovolte della realtà. Avere diffuso la convinzione che la profonda crisi economica-finanziaria attuale non sia una crisi strutturale del modello liberista, ma che sia nostra responsabilità, che i lavoratori abbiano preteso troppi diritti e garanzie. Cioè che la responsabilità sia del salario differito accantonato dai lavoratori in una esistenza di sfruttamento subalterno. Se crolla la borsa e le banche, se lo spread sale, è colpa della spesa pubblica e delle pensioni, non degli immensi profitti delle corporation e delle rendite finanziarie, delle sciagurate politiche di deregolamentazione.

Aver convinto tutti che la soluzione della crisi italiana passi solo da una obbediente sottomissione all’Europa e alle dottrine neoliberiste che infiniti guai stanno seminando in tutto il mondo, che sia meglio avere imprese aperte con infimi salari e nessuna garanzia, piuttosto che disoccupati. Che occorra che l’Europa partecipi insieme ai paesi di tutto il mondo alla corsa al ribasso dei salari e diritti, all’aumento dello sfruttamento, a farsi concorrenza nella riduzione delle tassazione sul capitale e sulle rendite.
Si afferma uno stato autoritario post-democratico che riduce le strutture rappresentative e della democratiche (taglio delle province, dei parlamentari), e persegue una lucida e consapevole de-politicizzazione dei cittadini, imputando questa situazione anziché al sistema capitalista e al mercato, alla politica.
Richiedendo la fine di ogni genere di intervento politico.
Nell’assenza del pensiero critico i mantra liberisti espressi dal presidente del consiglio sono accettati da tutti: «più crescita, più liberalizzazioni, più concorrenza, più flessibilità»; perfino lodati per il loro “stile”: «eliminare il profondo dualismo del mercato del lavoro italiano con effetti negativi in termini di equità ed efficienza» (= i giovani poco garantiti e vecchi troppo garantiti, togliamo le garanzie del secolo passato che limitano lo sfruttamento e i profitti, necessari per l’economia).

La prima responsabilità di questa assenza di politica e di pensiero critico è l’inadeguatezza attuale dei partiti. Ma senza cultura politica, strategia e organizzazione, ogni forma di reazione e protesta, si riduce ad una semplice rivolta; non vi è possibilità di impatto politico e di modificare la realtà.

PD e SeL sono assolutamente incapaci di una analisi e progettualità politica. I discendenti più “moderati” del Partito Comunista Italiano sono diventati liberisti fuori tempo massimo, hanno perso gli strumenti per comprendere delle trasformazioni attuali della società e dei poteri che si stanno affermando.
La più audace richiesta del PD al governo (da loro votato sempre e comunque) è di perseguire a qualunque prezzo (aumento dello sfruttamento, dei tempi e degli anni di lavoro, degrado ambientale) una crescita economica, dannosa per i cittadini e per il pianeta, insostenibile nel medio-lungo periodo!!

LA LUNGA MARCIA: PER LA FORMAZIONE DI UNA INTELLIGENZA COLLETTIVA

In pochi mesi, questo governo potrebbe rendere irreversibile la logica neoliberista, modificando leggi, smontando la Costituzione, intervenendo sul “senso comune”, con il sostegno dei partiti e fra l’indifferenza di moltitudini ormai depoliticizzate.

In questa situazione, non vi è spazio per tatticismi, occorre intraprendere una lunga marcia, simile a quella che dovette intraprendere l’Armata Rossa cinese, per sfuggire all’assedio delle forze controrivoluzionarie, e che – anche se prezzo di anni di stenti e perdite – la portò alla vittoria.

Occorre ricominciare a fare Politica, ricostruire una rappresentanza politica, far rinascere un Parlamento che non sia esclusivamente la catena di trasmissione dei voleri del mercato, riconciliare la società civile con la società politica.

Sanare la spaccatura profonda tra realtà e sua falsa rappresentazione. I diritti sociali (duramente conquistati nel secolo scorso) non sono immutabili, sono socialmente determinati. L’incapacità di riconoscerli come tali, conduce alla loro perdita. E’ necessario comprendere la realtà per poterla trasformare, occorre strappare la cortina ideologica che ci avvolge e riformulare un pensiero critico. Occorre comprendere l’organizzazione del lavoro e gli strumenti di dominio e di estrazione di rendite e di profitto del XXI secolo. Una necessità fondamentale, di fronte a una crisi economica, sociale e politica che ha scompaginato e sovvertito i paradigmi, i concetti e le certezze che negli ultimi decenni hanno orientato lo stesso pensiero critico. Occorre saper formulare proposte e alternativa concrete.

E’ necessario quindi un poderoso lavoro di formazione collettivo, che si traduca in azioni e rivendicazioni politiche che fermino il programma di distruzione delle strutture collettive e si contrappongano alla logica del mercato puro.

 

Oggi vi sarebbero i mezzi tecnologici, per ricreare una intelligenza collettiva. E’ possibile creare strumenti distribuiti e autonomi di autoformazione, per riunire e ricomporre le intelligenze critiche rimaste. E’ possibile una mettere in rete quei ricercatori, accademici, studenti e attivisti di movimento che hanno conservato ancora un barlume di capacità critica e autocritica. E’ possibile attivare un dibattito pubblico e distribuito elaborando e approfondendo concetti, linguaggi e categorie che le esperienze teoriche e pratiche dei movimenti hanno espresso in questi ultimi anni. E’ possibile creare 10, 100, 1000 Università in rete, la cui frequentazione e interazione può avvenire da casa, quando si ha la possibilità. Le prime esperienze di Università distribuita e permanente, capaci sia di contaminare l’Università ufficiale, sia di creare e formare la nuova coscienza diffusa stanno sorgendo[2]

Nel frattempo occorre attivare battaglie concrete facendo leva attorno alle contraddizioni più evidenti.  e conquistando spazi dove le contraddizioni siano più evidenti non sottomessi alla legge del profitto.

Per il suo potenziale rivoluzionario teorico e di prassi, il primo terreno di battaglia può essere attorno ai servizi di interesse generale e ai beni comuni. Occorre prendere coscienza politica della contraddizione tra privatizzazione e beni comuni, identificarli, arrestarne il saccheggio e rivendicarli come bene collettivo non sottoposto alla logica del mercato.

In questa ottica, è da sostenere l’iniziativa per la creazione di una carta “costituzionale” Europea dei beni comuni (le battaglie per essere efficaci ormai si devono condurre almeno a livello Europeo), che verrà lanciata l’11 Febbraio al teatro Valle a Roma da Ugo Mattei e Alberto Lucarelli[3], una opportunità per mettere insieme le reti esistenti per elaborare e declinare collettivamente l’analisi e l’azione politica su questi temi.


[1] Eppure un docente universitario di economia, che è stato Commissario Europeo alla Concorrenza e al Mercato Interno per 10 anni, qualcosa dovrebbe sapere del potere degli oligopoli e delle grandi multinazionali; qualche dubbio su questa ottimale allocazione di risorse operato automaticamente da un mercato “finalmente senza vincoli” dovrebbe averlo.

[2] Come esempio di esperienze significative cito solo l’esperimento di autoformazione dell’ ”Università Nomade” Commonware http://uninomade.org/commonware/ e i corsi di Formazione in rete della Fondazione Teatro la Valle Bene Comune http://www.teatrovalleoccupato.it/ .

[3] vedi anche l’articolo a pag. 14 “Beni comuni. Condividerli e proteggerli. Battaglia cruciale del XXI secolo”
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1 fmontanari 13/02/2012 alle 14:46

Una immensa responsabilità della situazione attuale è, secondo il mio punto di vista, dovuta alla posizione politica e sociale che hanno usato i sindacati e i partiti detti di sinistra nei confronti delle decisioni, e dell’evolvere della flessibilità sociale e lavorativa. Questi fattori hanno cosi immensamente contribuito ad una fase incomprensibile dalla maggioranza della popolazione, la quale si è staccata dalle forze progressive.

Se guardiamo l’Italia, tutto è stato fatto contro l’immagine di Berlusconi, allora era ampiamente sufficiente una leggina che gli avrebbe impedito di presentarsi alle elezioni. La sinistra ha avuto il potere di farlo, non l’ha fatto. Cosa ne pensa oggi il Sig. D’Alema?

Il trattato di Lisbona che vincola cosi fortemente, e riduce la sovranità delle nazioni non è stata sufficientemente spiegato ai popoli; la sinistra è colpevole di leggerezza per non aver preso posizioni più forti per spiegare ai propri connazionali il pericolo di un simile trattato ( I Sig.ri, D’Amato & Fini hanno partecipato in parte alla loro stesura ). Si avrebbe dovuto fare il massimo per chiedere la ratifica via referendum; paladini sociali come Casini e Di Pietro, l’hanno votata con il sorriso in parlamento. La sinistra ha perso mille occasioni per spiegare i conflitti, il governo di sinistra si è ingaggiato in Serbia, con quale legittima forza poteva opporsi all’Afganistan quando era all’opposizione?

Avete letto il libro “La Casta”? Anche ammettendo che ci siano forzature, se solo una minima parte fosse vera, si accerta che una grossa parte della destra è supercorrotta, ma si scoprono anche immoralità che sono opera di persone che per i valori della sinistra non sono degni di esserne i rappresentanti.

Nella politica è necessario a volte accettare compromessi, ma essere coautori di distruzione di diritti che sono stati acquisiti attraverso dure sofferenze dai lavoratori è un’impresa imperdonabile. Fausto Bertinotti ha sostenuto la necessità di accettare la precarietà, oggi se la ride, grazie alla sua carriera politica traditrice.

La sinistra nella sua lotta per la sopravvivenza, attraverso le sue sterili divisioni ha perso una massa di sostenitori, oggi non esiste più un partito che chiaramente , fondamentalmente, e con lucida chiarezza, condanni gli abusi della finanza, anche nel campo della sinistra, perché condannando questo ultraliberalismo senza morale, la sinistra perderebbe gran parte dei suoi privilegi che nonostante tutto ha ancora. Nel campo della destra, è normale che difendano i loro privilegi, la sinistra ha il diritto e il dovere della difesa dei diritti dei lavoratori, dei più deboli, ed è imperdonabile volere fare credere che il progresso sociale e economico verrà infine quando non sarà più riconosciuto alcun diritto.

Per concludere penso che oggi la situazione stia arrivando ad un punto di rottura. Da una parte una crisi finanziaria che trascina l’Europa verso traguardi da paesi in via di sviluppo, diminuzione costante dei salari, aumenti dei prezzi, disoccupazione e fuga di imprese, erosione costante e ripetuta dei diritti e delle regole sociali. Da un summit a un altro, dove i burattini di turno ci dicono che tutto va bene, ma che bisognerà lavorare ancora di più, e fare ancora sacrifici che si aggiungano a quelli già fatti, non si trova normale che la fiducia svanisca? Cosa rispondere quando politici ultra pagati, sono come tagliagole con la Grecia? Come si può condannare un popolo alla fame in EUROPA nel 2012, giusto per salvare le banche che dopo gli aiuti ricevuti lucrano ancora di più? La moralità cede il passo al profitto? D’altra parte sirene di guerra che si annunciano nel lontano (Siria, Iran). La guerra è sempre stata la soluzione delle grandi crisi capitalistiche, perché dovrebbe essere oggi diverso?

La sinistra che oggi conta meno che niente in Europa, che non presenta un fronte unico contro il capitale, che non ha la capacità di unirsi perché troppo frazionata e in conflitto costante con le forze europee progressiste, invece di creare un grande fronte comune europeo, cosa ha oggi da proporre?
Forse una grande guerra potrebbe essere il motore di una vera rifondazione, la sinistra è uscita sempre forte e più unita, dopo una grande guerra!

Fausto Montanari

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