Diario dal Brasile – 2. puntata
di Simone Rossi
I grandi eventi sportivi, quali le Olimpiadi o i Mondiali di Calcio, sono frequentemente inseguiti dai governi e le amministrazioni delle grandi città come occasioni per attrarre investimenti, per rilanciare l’economia di regioni in stagnazione o depresse, e per riqualificare aree urbane degradate. Tutto ciò avviene frequentemente nell’ottica neoliberista del “privatizzare i profitti e socializzare le perdite” ed a favore dei processi di gentrificazione1 e della speculazione edilizia.
Non di rado questi processi di ricollocazione della popolazione, tutt’altro che semplici effetti collaterali indesiderati, hanno incrementato i fenomeni di segregazione spaziale e le disparità sociali latenti nei grandi insediamenti urbani dell’Occidente, dove gran parte di queste manifestazioni sportive hanno avuto luogo sino ad ora; pertanto è necessario prestare attenzione agli effetti che essi produrranno nell’immediato futuro, con l’assegnazione di questi eventi sportivi a Paesi cosiddetti emergenti, come la Cina, il Sudafrica ed il Brasile, dove allignano enormi contraddizioni e forti disparità di carattere economico e sociale.
In Sudafrica, dove si stanno svolgendo i Mondiali 2010, tra una celebrazione e l’altra dello status raggiunto dal Paese con l’assegnazione di questa manifestazione, sono state effettuate operazioni di pulizia delle baraccopoli, di segregazione della povertà anche in forma violenta, al fine di restituire al mondo un’immagine da cartolina, più attrattiva per le migliaia di tifosi e di turisti in arrivo. Infatti, la costruzione di impianti sportivi e di strutture a servizio dei turisti ha costituito un pretesto per pulire zone appetibili alla speculazione dalle sacche di povertà e di emarginazione che le occupavano, con il beneplacito della “comunità internazionale”.
Tra non molti anni sarà la volta del Brasile, altra potenza economica emergente, che ospiterà i Mondiali di Calcio (2014) ed i Giochi Olimpici (2016); si tratta di un Paese in cui le politiche adottate per risolvere il “problema casa” sono state spesso quelle degli sgomberi e della ghettizzazione. L’assegnazione di questi due grandi eventi sportivi ha provocato ondate di giubilo tra i cittadini brasiliani, con festeggiamenti nelle strade delle Paese; questa reazione è dovuta non solo alla passione dei brasiliani per il calcio, ma anche all’implicito riconoscimento internazionale che simili decisioni contengono.
I rappresentanti delle istituzioni e degli enti locali, per parte loro, hanno esultato per la possibilità di effettuare grandi interventi di carattere urbano grazie ai sostanziosi investimenti per la realizzazione degli impianti sportivi e delle opere connesse, quali i villaggi per gli atleti e per le migliaia di giornalisti ed operatori degli organi di informazione. Tuttavia non pochi manifestano scetticismo e preoccupazione per i possibili effetti che questi lavori produrranno sul tessuto urbano e sociale delle città interessate, soprattutto nell’ambito della Sinistra e dei circoli intellettuali progressisti. Il rischio, infatti, è quello di assistere a massicce rimozioni di favela e di espulsione dei poveri dalle zone centrali o turistiche delle città interessate con il pretesto della riqualificazione urbana e del miglioramento della qualità della vita nei quartieri oggetto dei lavori. Il caso più esemplare è quello di Rio de Janeiro, che ospiterà entrambi gli eventi sportivi ed in cui si prevedono ingenti investimenti per la realizzazione di infrastrutture. Questa è la città in cui si ebbe, nel 1897, il primo caso di occupazione di lotti demaniali da parte di veterani della Guerra dei Canudos, come forma di protesta contro il Governo di allora, che non aveva mantenuto la promessa di fornire loro una casa. Costoro si insediarono sul Morro da Favela, nome che da allora definisce per antonomasia questo tipo di insediamento irregolare. Dal 1897 il numero di favela è progressivamente aumentato; nei soli confini amministrativi di Rio de Janeiro il censimento del 2000 contava 513 insediamenti irregolari, che ospitano circa un quinto dei sei milioni di residenti di Rio, cui andavano aggiunti i senza tetto e i residenti dei cortiço, edifici malsani e sovraffollati. In oltre cento anni, le amministrazioni locali e statali che si sono succedute non hanno affrontato il problema alla sua radice, alternando progetti puntuali di riqualificazione urbana a sgomberi della popolazione dalle zone più appetibili, spostando gli sfollati in altre aree della città, prevalentemente quelle periferiche, carenti di infrastrutture e di collegamenti efficienti.
Oggi, dopo un decennio di politiche volte all’inclusione sociale ed al miglioramento della qualità delle favela si assiste ad un ritorno dell’approccio “duro”, con demolizioni estese e misure di contenimento. Tra queste ultime suscitò molto scandalo il piano di erezione di muri intorno ad alcune favela presenti nella zona dove vivono le classi benestanti; con il pur nobile scopo di prevenire ulteriori disboscamenti delle residue aree verdi circostanti le favela, si è contribuito all’ulteriore segregazione ed emarginazione dei cittadini poveri dal resto della città. Più recente è il caso dell’installazione di barriere acustiche lungo l’arteria a grande scorrimento che collega l’aeroporto internazionale di Galeão con il centro e che attraversa alcune delle aree degradate di Rio: da un lato esse riducono l’inquinamento acustico all’interno dei quartieri circostanti, dall’altro occultano alla vista dei turisti le favela e le abitazioni più modeste, isolando l’una dall’altra le comunità poste ai lati della strada.
Tuttavia, il massimo del cinismo e dell’infamia fu raggiunto in seguito ai fenomeni di dissesto idrogeologico verificatisi all’inizio aprile. Dopo alcuni giorni di intense piogge abbattutesi su gran parte degli stati sudorientali del Brasile, nella regione metropolitana di Rio de Janeiro si verificarono una serie di eventi franosi ed alluvionali, che causarono circa 170 morti. In Niteroi, città di mezzo milione di abitanti ad est della capitale carioca, un intero quartiere, la favela di Morro do Bumba, fu travolto da una frana, causata dal cedimento del pendio su cui le case erano state edificate abusivamente e successivamente regolarizzate. Come emerse sin dalle prime ore dopo la tragedia, la favela era stata costruita su terreni precedentemente occupati da una discarica abbandonata negli anni ’80 e mai sottoposta ad interventi di bonifica e consolidamento. Nonostante l’evidente pericolo costituito da questo accumulo di rifiuti non correttamente stoccati, le amministrazioni municipali e statali avevano tacitamente acconsentito alla progressiva occupazione di questi terreni durante le scorse due decadi. Non deve essere tralasciato, in questa tragedia, l’opportunismo politico di amministratori ben consci che una rimozione degli edifici a rischio di dissesto avrebbe comportato la perdita di consensi elettorali. Sarebbe stato necessario investire per la costruzione di unità di edilizia economica popolare ove trasferire gli abitanti della favela ed intervenire con un piano di riqualificazione ambientale dell’area, ma questo avrebbe richiesto una volontà politica che nessuno ha mostrato. Di fronte a questo disastro annunciato ed all’elevato numero di morti la classe politica locale si trovò di fronte alle proprie responsabilità e sotto pressione affinché si agisse d’urgenza per ridurre i rischi di ulteriori smottamenti e per sanare lo stato di dissesto in cui si trova una parte considerevole del territorio. Occupando ogni spazio mediatico possibile il sindaco di Rio de Janeiro, Eduardo Paes, ed il governatore dello Stato omonimo, Sérgio Cabral, si recarono sui luoghi dei disastri promettendo sostanziosi stanziamenti per la messa in sicurezza delle aree a rischio e supervisionando le fasi della ricollocazione degli sfollati in edifici scolastici o in strutture private; ai cittadini in attesa di una sistemazione nelle future abitazioni popolari il governo statale avrebbe fornito un contributo di R$400, che non avrebbe comunque consentito l’accesso agli affitti delle zone centrali e semi-centrali delle di Rio de Janeiro. Tuttavia non trascorse molto tempo perché si potesse comprendere quale fosse l’altro verso della medaglia di questo improvviso attivismo dei rappresentanti delle istituzioni; l’emergenza ed il rischio geologico erano utilizzati come pretesto per la ricollocazione di decine di famiglie in zone periferiche della città, meno pregiate dal punto di vista immobiliare e con pessimi collegamenti di trasporto pubblico con i quartieri centrali, dove molti degli abitanti delle favela lavorano. Alcuni residenti del Morro do Bumba, ad esempio, furono trasferiti nella località di Bangu, all’estremo opposto dell’area metropolitana, a circa 40km dal loro quartiere di origine. Nel corso delle settimane successive ai fenomeni di dissesto geologico, alle voci di dissenso dei cittadini coinvolti dagli sgomberi o residenti in aree potenzialmente interessate si aggiunse l’opinione contraria di alcuni docenti universitari, architetti ed urbanisti, con una buona risonanza nei media locali, troppo spesso “distratti”. Degna di particolare nota la posizione assunta da Rafael Mitchell, presidente della Commissione di Diritto Urbanistico presso la sezione carioca del OAB, l’Ordine degli Avvocati Brasiliani, che il 14 aprile, ad una settimana dal disastro di Niteroi dichiarava “Sembra molto equivoca la forma con cui si sta portando avanti la faccenda, con la bandiera dell’urgenza.
Quello degli insediamenti regolari è un problema molto più profondo che non un parcheggio per motociclette in centro”2 ed in successivi interventi ha evidenziato le responsabilità delle amministrazioni locali nei tragici fatti di aprile. Nonostante le critiche e l’opposizione dei cittadini, tacciati da Paes e Cabral di essere al soldo dei partiti di opposizione, l’opera di rimozione e ricollocazione della popolazione delle favela prosegue e probabilmente procederà a ritmo più elevato in prossimità dei Mondiali e si allargherà alle altre città coinvolte nell’organizzazione della Coppa del Mondo. Ad oggi il governo federale dal presidente Lula, di Centro Sinistra, non ha intrapreso iniziative per evitare che anche in Brasile si ripeta lo scandaloso trattamento riservato ai poveri del Sud Africa, anch’esso guidato da una coalizione progressista. Il che dovrebbe far riflettere noi europei, che spesso abbiamo esultato per l’ondata di vittorie delle Sinistre in America Latina e celebrato la riconferma dell’ANC che sempre meno ha a che vedere con il partito degli esclusi e della lotta all’apartheid.
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