Dove non c’è lotta vince l’ideologia liberista
Paesi Bassi: vince chi ha promesso di tagliare le spese sociali – di Roberto Galtieri da Bruxelles
Repubblica Ceca: avanza chi propone i ticket sulla salute – di Massimo Recchioni da Praga
Belgio: dai risultati di oggi nuove prospettive di lotta e di costruzione dell’alternativa – a cura del direttivo della Federazione Comunista del Belgio
Paesi Bassi: vince chi ha promesso di tagliare le spese sociali
di Roberto Galtieri
AMSTERDAM – A dimostrazione che il capitalismo non è per nulla in crisi, e che detiene l’egemonia culturale totale, basti osservare su quali basi il partito liberale in Olanda ha vinto le elezioni. La promessa elettorale del partito liberale è stata: di fronte alla crisi ridurre le spese statali, dunque diminuire lo stato sociale.
Una forte dose di razzismo ha inoltre condito il progetto liberista rubando voti all’estrema destra: quello dei un volto più dirigibile che quello del PVV (15,5% e 24 seggi).
L’incredibile proposta è stata accettata dagli elettori cosicché il partito liberale governerà i Paesi Bassi dopo 50 anni (primo partito con il 20,4% e 31 eletti); tanto il tempo trascorso da una sua ultima presenza al governo del Paese. Il consenso popolare alla forza liberista per eccellenza, in un paese dove la protezione sociale è molto elevata, dà la cifra, da sola, della crisi politico-culturale del proletariato. Non è un caso se, in questo quadro, la SP (Partito Socialista, il cui simbolo è un pomodoro), forza di sinistra un tempo di classe, subisce una sconfitta significativa. Le motivazioni di questa sconfitta sono molto chiare e di due ordini di fattori. Il primo risiede nella inazione politica del Partito. Se tre anni fa l’SP ebbe un successo enorme nello scenario politico olandese, ciò fu dovuto al lavoro concreto e a diretto contatto con le masse condotto nei Comuni dai suoi consiglieri comunali e dalle locali sezioni di partito. Si trattò di un lavoro di massa basato su proposte di governo locale basate sugli interessi e bisogni di classe e di lotta per conseguire tali obiettivi; il tutto avendo, comunque, come sottofondo, la questione di classe. Il successo ottenuto alla Camera nelle scorse elezioni (25 seggi) premiò chiaramente questa linea politica. Una linea, e pratica politica, riformista cercò allora di imporsi al partito. Insomma i soliti bertinottiani in salsa olandese hanno cercato di imporre il loro riformismo; proposta suicida, come dimostrato dalle lezioni vista anche la presenza di un partito socialdemocratico, il PvdA spostato al centro e che ottiene il 19,6% passando da 33 a 30 seggi. Costoro hanno fatto della divisione politica all’interno del partito, arrivata in certi casi a lotta pubblica e incomunicabilità per scelta personale, il dato del loro agire. Conseguente, quindi, la sconfitta elettorale. Per di più, in un quadro, come l’attuale, di crisi economica ed egemonia borghese vincente di grande incertezza per le masse.
Repubblica Ceca: avanza chi propone i ticket sulla salute
di Massimo Recchioni
PRAGA – Si pensava potesse essere l’ora della svolta. I sondaggi, anche qui rivelatisi bugiardi, alimentavano l’illusione di una possibile inversione di tendenza rispetto al resto d’Europa. Si pensava che il Partito Socialdemocratico (CSSD) potesse arrivare a circa il 30% dei suffragi e, in virtù del sistema elettorale, riuscire a raggiungere la maggioranza in Parlamento insieme al KSCM (Partito Comunista ceco e moravo). Macchè. I socialdemocratici sono arrivati si’ al 22 e qualcosa per cento, il comunisti all’11%. Non solo, il CSSD è il partito di maggioranza relativa, solo che non ha la possibilità di formare coalizioni sufficienti per arrivare ai 101 seggi su 200 della Camera. Usciti per la prima volta in assoluto dal Parlamento i democristiani del KDU-CSL, che non hanno raggiunto la soglia del 5% prevista dalla legge elettorale; spariti, almeno temporaneamente, i Verdi (che si sono fermati circa al 4%), oltre a socialdemocratici e comunisti sono entrati in Parlamento solo altri 3 partiti, e tutti e tre di centro-destra. Il partito civico che più volte è stato al governo del Paese (ODS), più i VV ed i TOP-09. Morale della favola, i 3 partiti di centro-destra la maggioranza la mettono insieme e governeranno la Cechia. Poco più poco meno, la stessa identica situazione della Slovacchia, dove, due settimane dopo la Cechia, i socialisti del premier uscente hanno ottenuto anch’essi la maggioranza relativa, ma al governo ci andrà una maggioranza di centro-destra che insieme ha i numeri per ottenere la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari.
Qui i cittadini hanno bevuto la mastodontica campagna elettorale – populistica e demagogica – della destra, e si sono fatti convincere che solo abbattendo la spesa sociale si eviterà la “strada greca” del dissesto finanziario dello Stato. Passa anche qui la logica che per mantenere i posti di lavoro si deve rinunciare a sicurezza e basilari diritti. Altrimenti non si spiegherebbe il masochismo dell’elettorato ceco. Che tra il ticket per le visite mutualistiche ordinarie e la sua assenza sceglie il ticket, che tra la privatizzazione o la statalizzazione dei fondi pensionistici sceglie la prima ipotesi, e così via. Eppure è proprio sul ticket di 30 corone (circa un euro e 20) dal medico della mutua che l’allora maggioranza di centro-destra aveva perso in tutte le 14 regioni nelle regionali dello scorso anno. Addirittura nel programma dei partiti di destra c’è la partecipazione, a livello economico, degli studenti alla propria formazione scolastica! Le forme le stanno studiando, non si esclude il finanziamento da parte dello Stato se non di banche private durante gli anni dello studio sotto forma di prestito (in modo che le scuole si possano finanziare e prendere soldi subito), che gli studenti si impegneranno a restituire con i primi salari … Eppure, nonostante tutto questo, la crisi greca, l’anticomunismo mai nascosto ai livelli istituzionali più alti (leggi Presidenza della Repubblica), la questione “Grecia”, l’antieuropeismo viscerale del popolo ceco, le paure di un ritorno ad una forte, eccessiva presenza dello Stato e ad una probabile intesa con il KSCM in caso di vittoria socialdemocratica hanno fatto il resto.
C’è anche qui, come nel resto dell’Europa, un enorme problema culturale. Ed è quello che porta ovunque ad uno sfrenato individualismo. A cancellare quello che la cultura di sinistra sostiene da sempre, e cioè che i problemi dei ceti più deboli, in generale il problema di cittadine e cittadini in difficoltà non puo’ non essere visto come un problema di tutta la comunità. La destra sta riuscendo ad imporre da anni il suo modello da “sogno americano”, secondo il quale chiunque ha i mezzi per emergere e la società capitalistica glielo permette. Noi sappiamo che così non è, ma le persone abboccano. E così anche qui sono gli appartenenti alle famiglie più ricche, a volte i più furbi, o coloro che corrompono, a “sfondare”. Tornando indietro di 60 anni, quando si riproponevano i ruoli sociali secondo la classe di provenienza.
La Repubblica Ceca ha però, a differenza di tantissimi Paesi europei e della quasi totalità di quelli dell’ex-blocco del patto di Varsavia, una sua peculiarità interessante: e cioè l’assenza nel Parlamento, ma anche nella vita politica quotidiana, di formazioni di tipo neofascista, neonazista, xenofobo. A dire la verità una formazione nazional-socialista esiste, dal nome particolarmente bizzarro (partito operaio), ma questo grupposcolo è formato da alcuni esaltati isolati e con un seguito vicinissimo allo zero.
C’è una spiegazione a questo fenomeno, a mio modo di vedere e per la mia esperienza. E la spiegazione è anche abbastanza triste. Ed è quella che nessuna forza politica ha bisogno di far leva sugli istinti più barbari delle persone nei confronti degli stranieri e dei diversi in generale perché, purtroppo, questa componente – che comincia a volte dalla fierezza dell’appartenenza al popolo e talora si tramuta in nazionalismo viscerale ed altre volte in rifiuto delle persone “diverse” – è così insita nella popolazione da aver contaminato tutte le forze politiche. Di conseguenza una formazione politica xenofoba qui non avrebbe successo perché un importante percentuale di componente xenofoba si trova in tutte le forze politiche. Naturalmente a sinistra molto meno che a destra, ma il fenomeno è abbastanza trasversale. Ricordo di quando, prima dell’89, vedevo donne e uomini di etnia Rom servire nei negozi, lavorare negli alberghi, vendere nei chioschi. Dalla caduta del muro di Berlino in poi, il nulla! Nessuno assume più un Rom, a loro vengono lasciati i lavori più pesanti e mal pagati, nell’edilizia, nelle riparazioni delle reti idriche, elettriche o per lavori simili… insomma quando si tratta di prendere pala e piccone in mano e scavare. Altro non si permette loro di fare, di loro non si fiderebbe nessuno. Il nazionalismo del popolo ceco si “vendica” di quando era costretto a trattarli come loro pari, e si vendica con gli interessi. Ora i Rom entrano a malapena nei negozi dei bianchi. I negozi qui non sono un servizio comunque pubblico (anche se gestiti da privati) come per esempio in Italia. I negozi sono proprietà privata. E quindi se al proprietario o al commesso non piaci “a pelle”, o non stai simpatico, semplicemente non entri. Neanche ti concede l’onore di guadagnare i soldi che gli lasceresti. E alla stragrande maggioranza dei negozianti i Rom non sono affatto simpatici. E quindi non entrano proprio. Hanno i loro negozi, i loro bar (ovviamente quelli forniti di videogiochi, perché i Rom, si sa, non conoscono il valore di quello che guadagnano e quindi glielo fanno lasciare tutto nelle macchinette).
Questo senso della grandezza ceca rispetto agli altri popoli esiste, come dicevo, un po’ in tutte le forze politiche. Ricordo che circa un anno fa partecipai a piazza Venceslao ad una manifestazione contro la base statunitense. C’erano due studenti di colore alla manifestazione e – dopo che erano passati – due coetanei cechi, uno con l’organo del Partito Comunista sotto il braccio, disse all’altro “Ehi, guarda, due negri!”. Restai impietrito. Nonostante fossi abbastanza abituato a sparate del genere, sentirlo fare non nel mio paesello arretrato ma nella Praga capitale di cultura, da due ragazzi così giovani e socialmente impegnati, mi lascio’ un senso di malessere e di tristezza.
Qui è così, i sudamericani vicini all’equatore sono negri, quelli più a sud, d’Argentina o Uruguay, semplicemente “zingari”. Così come zingari in senso dispregiativo sono tutti coloro di etnia Rom. Ed allora a che serve un partito razzista se il razzismo alberga un po’ in ognuno di noi?
La speranza riposta nei giovani è vana. La più alta percentuale di affluenza al voto in Cechia ha favorito la destra. Anche se molti giovani hanno candidamente ammesso che non sapevano che cosa significasse votare a destra, hanno detto di non conoscere i programmi dei partiti, hanno detto di aver votato a destra perché così facevano i loro amici di facebook…
Come si farebbe altrimenti ad avallare delle politiche economiche liberiste e liberticide e tese a favorire solo i grandi interessi? Come farebbe altrimenti una persona che lavora a scegliere dei partiti che non fanno pagare al lavoratore i primi tre giorni di malattia? Qualcosa non va, il problema è, anche qui, culturale oltre che di informazione. Anzi di completa assenza della stessa.
Magari tra un paio d’anni gli studenti si metteranno a manifestare perché non hanno i soldi per studiare o perché la banca non concede ai loro genitori – inaffidabili secondo la logica del profitto – un prestito affinché loro possano andare all’Università. Ma intanto il voto a questi sciagurati glielo hanno già dato, e chissà quante cose cambieranno durante questa legislatura e se ci sarà modo di porvi rimedio successivamente. Nel frattempo, qui qualcuno ce la farà, sulla testa e a discapito di tanti altri. Ed il sogno americano continuerà, perché sarà merito suo e del suo impegno se ce l’avrà fatta. Facendo a pezzi, giorno dopo giorno, i pochi rimasugli di sicurezza sociale che il sistema socialista aveva lasciato in eredità.
Belgio: dai risultati di oggi nuove prospettive di lotta e di costruzione dell’alternativa
a cura del direttivo della Federazione Comunista del Belgio
BRUXELLES – Come annunciato nello scorso numero di AURORA, si sono svolte in Belgio il 13 giugno scorso le elezioni legislative federali anticipate, alla ricerca di nuove soluzioni per la delicatissima situazione tra le due maggiori comunità linguistiche che qui, in maniera surrealista chiamano “comunitaria” – ovvero i rapporti tra le comunità vallona-francofona e fiamminga-neerlandofona con rischio di spaccatura del paese – ma anche per una situazione economica e sociale sempre più difficile. Anche politicamente il paese è spaccato in due: nel nord fiammingo vince il partito separatista, liberista e razzista NVA. Nel sud vallone vince il Partito Socialista che va oltre il 36% con un programma elettorale tutto incentrato sul mantenimento dello stato sociale tanto da obbligare i liberali valloni a promettere, anche loro, di mantenere la scala mobile. Promessa che non gli ha evitato la sconfitta, come pure pesante la sconfitta dei democristiani di tutte e due le comunità. Basti pensare che nel 1950 la locale DC aveva il 60% dei voti. Oggi l’11%.
A queste elezioni si è presentato un “Front des Gauches” (Fronte delle Sinistre) che comprende vari partiti e organizzazioni comunisti, anticapitalisti e alternativi, tra i quali il Parti Communiste (Wallonie-Bruxelles). I risultati di queste elezioni hanno avuto ampia eco sui mezzi di informazione internazionali, con un paese ancora più polarizzato sul nazionalismo fiammingo con tendenze separatiste e sulle forze politiche tradizionali, di destra e di sinistra, capaci solo di “governare l’esistente” – e neanche tanto bene – ma non di dare delle soluzioni vere ed efficaci ai problemi concreti delle persone, uomini e donne, giovani e anziani, lavoratori e pensionati, disoccupati e migranti, sempre più vittime di un capitalismo rapace ed assassino. Non per niente, infatti, tanti politici o meglio politicanti preferiscono parlare di cose come la secessione di un comune o di un altro, di innalzare una bandierina o di imporre questa o quella lingua, piuttosto che della necessità ed urgenza di cambiare un sistema economico insostenibile e di sottrarsi alle logiche dei profittatori e degli sfruttatori dei grandi poteri economici e finanziari. Così, tra i due maggiori partiti vincitori – nelle Fiandre i nazionalisti di destra del “NVA” (Nuova Alleanza Fiamminga) e nella Vallonia il Partito Socialista – si profila un’alleanza trasversale, che coinvolga anche i socialisti fiamminghi e i democristiani e liberali delle due comunità: forse utile per dare un governo al paese, ma senza chiare prospettive di futuro. Le due maggiori forze del paese socialisti e nazionalisti sono ideologicamente e politicamente incompatibili: il PS, in caso di alleanza con l’NVA, si gioca molto della sua credibilità.
Vi è stato poi l’astensionismo in crescita – sia nella diserzione delle urne, sia con i voti bianchi e nulli – pur essendo in Belgio il voto obbligatorio: l’ennesimo sintomo anche qui della crescente impopolarità della politica tradizionale e della democrazia formale, come si sta vedendo dappertutto in Europa nei più recenti eventi elettorali.
Secondo gli stessi compagni del Front des Gauches, di questa campagna ed esperienza elettorale – nonostante il risultato oggettivamente modesto – si può fare un bilancio positivo. Di fatto, in meno di un mese e riunendo sei organizzazioni e vari indipendenti, sono riusciti ad elaborare una piattaforma comune di fronte alla crisi sociale, ecologica, economica e politica, facendosi conoscere come una forza di sinistra attiva, plurale e “radicale”; hanno ricevuto una buona accoglienza e appoggi anche nei movimenti sociali e sindacali, così come tra personalità note per il loro impegno nelle lotte per una società diversa e migliore. Tutto questo è un nuovo punto di partenza per la costruzione di una vera e forte alternativa di sinistra, rispetto alla destra conservatrice e populista e alla sinistra moderata e “compatibile”.
Nelle prossime settimane e mesi, i membri del Front des Gauches continueranno a lavorare per consolidare ed ampliare l’alleanza e il progetto, cercando di coinvolgere attivamente tutte le forze in lotta contro la dittatura della finanza, le ingiustizie sociali, la guerra, il razzismo, il sessismo e il produttivismo capitalista che distrugge le persone e l’ambiente. E rivolgendosi naturalmente anche a quei cittadini scontenti dei partiti tradizionali che si limitano a “gestire la crisi” senza mettere in discussione il sistema. Il Front des Gauches richiama alla più ampia, unitaria e determinata mobilitazione sociale, al di là delle frontiere linguistiche e nazionali, nella resistenza e per la costruzione dell’alternativa al capitalismo, perché non siano sempre i soliti – i lavoratori e gli strati più deboli della società – a pagare per le malefatte del capitalismo. Sempre all’insegna dello slogan di campagna: “Tutti insieme contro le loro crisi!”.
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