I contenuti dell’accordo imposto dalla FIAT a Pomigliano
di Andrea Albertazzi
Bruxelles – Nella vertenza sul futuro dello stabilimento di Pomigliano, la FIAT non ha mai voluto aprire una trattativa reale ma ha solo cercato di imporre le sue intenzioni. L’undici giugno scorso ha presentato alle organizzazioni sindacali un accordo semplicemente inaccettabile perché, oltre a peggiorare oggettivamente le condizioni dei lavoratori, deroga esplicitamente norme di legge e disposizioni contenute nel contratto nazionale. La FIOM è stata l’unica organizzazione a non firmare. Ecco perché è opportuna una panoramica del contenuto dell’accordo e delle motivazioni che hanno indotto la federazione dei metalmeccanici CGIL a rifiutare la firma.
Uno dei punti contenuti nell’accordo (ricordiamo firmato anche da CISL, UIL e UGL) riguarda l’orario suddiviso in 18 turni lavorativi. Tale configurazione dell’orario di lavoro, seppur gravosa, è già possibile con le regole contenute nel contratto nazionale e non vi è quindi bisogno di nessun accordo supplementare. La pausa mensa, inoltre, viene spostata a fine turno il ché è grave perché, riducendo la possibilità per il lavoratore di riposarsi, aumenta i rischi per la salute e la sicurezza. Nell’accordo è perfino previsto che durante la pausa mensa possa essere svolto straordinario, disposizione contraria alle normative nazionali ed europee sull’orario di lavoro.
Si riscontra, inoltre, una vera e propria esautorazione della rappresentanza RSU in rapporto alle decisioni da prendere sulla mobilità interna dei lavoratori, sui rientri dalla Cassa Integrazione e sui trasferimenti di personale al polo logistico di Nola. Nessuna consultazione: decide la FIAT,
Altri elementi sono la riduzione delle pause sulle catene di montaggio dagli attuali 40 a 30 minuti giornalieri e l’eliminazione delle indennità per il “disagio linea di montaggio” e altri premi per i nuovi assunti (quali?).
Sull’assenteismo, questione sulla quale sono state espresse le posizioni più demagogiche e populiste, l’accordo prevede che quando la percentuale sia significativamente superiore alla media, la FIAT non pagherà la quota di indennità di malattia a carico aziendale. In caso di tornate elettorali con forti assenze dei lavoratori si potrà chiudere lo stabilimento e fare prendere perfino ferie forzate ai dipendenti (sic!) e si recupererà la produzione a paga ordinaria. Chi andrà ai seggi elettorali non sarà pagato e non avrà diritto a riposi. Su questo punto la FIOM ha giustamente sottolineato che la responsabilità è delle forze politiche e non del sindacato ma, allo stesso tempo, non ha esitato a denunciare il fatto che si vogliano abolire obblighi in materia di indennità di malattia e permessi elettorali previsti dalle leggi e dal contratto nazionale.
Ma il punto più scandaloso dell’accordo riguarda certamente l’esercizio del diritto di sciopero: il mancato rispetto degli impegni assunti nell’accordo o “comportamenti, delle organizzazioni o di singole rsu” – precisazione che sembra scritta apposta per la FIOM – idonei a rendere inesigibili le condizioni concordate, liberano l’Azienda dagli obblighi contrattuali. Anche atti individuali o collettivi dei lavoratori possono portare al medesimo effetto liberatorio per l’Azienda. Inoltre, la violazione, da parte del singolo lavoratore, di una delle condizioni contenute nell’accordo costituisce infrazione disciplinare da sanzionare anche con il licenziamento. Ovviamente a decidere quali comportamenti siano in contrasto con le disposizioni dell’accordo spetta solo e soltanto alla FIAT; potendo agire contro i Sindacati perfino nel caso di iniziative non promosse da questi, affida ad essi un ruolo di “guardiani” verso i lavoratori (esattamente quindi in linea con la concezione di sindacato promossa da CISL e UIL da parecchi anni a questa parte).
Infine, il diritto individuale di aderire ad uno sciopero, che è sancito dall’art. 40 della Costituzione, diviene oggetto di un provvedimento disciplinare fino al licenziamento: è come un balzo indietro di 80 anni.
E’ chiaro che un tale accordo ha il fine di scardinare il sistema di relazioni industriali italiano, accelerando di fatto norme “scomode” presenti sia nella legge che nel contratto nazionale, il tutto con l’appoggio convinto del governo, come dimostrano le numerose prese di posizione dei ministri Sacconi e Tremonti. Una operazione del genere assume quindi una valenza che non solo riguarda l’intera categoria dei metalmeccanici, ma il mondo del lavoro italiano generalmente inteso perché non c’è da attendersi che gli altri padroni, visto l’atteggiamento di FIAT, rimangano a guardare.
È un attacco micidiale al sistema delle relazioni industriali in Italia così come l’abbiamo conosciuto fino ad oggi, per questo bisogna sostenere il più possibile la FIOM, la quale, nonostante goda di un consenso “dal basso” che va al di là del semplice numero di iscritti, è sotto una pressione fortissima, anche purtroppo da parte della sua confederazione.
Il risultato del referendum imposto dalla FIAT, nel quale l’attesa vittoria plebiscitaria del si non si è verificata, è un punto di partenza fondamentale per rilanciare lotte di più ampio respiro in tutto il paese, senza dimenticare una ottica internazionalista oggi più che mai indispensabile, specialmente a livello europeo.


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