La vera priorità per i comunisti è avere un unico indirizzo sindacale di classe
di Andrea Albertazzi
Bruxelles – Nello scorso numero di Aurora abbiamo pubblicato un articolo di Salvatore Cannavò sulla nascita del sindacato USB (Unione Sindacale di Base), che raccoglie varie sigle sindacali di base e il cui congresso fondativo si è svolto a Roma dal 21 al 23 maggio.
Il fatto che realtà sindacali di base abbiamo deciso di iniziare un percorso unitario è certamente da salutare favorevolmente, perché si tratta di un’inversione di tendenza rispetto alla atomizzazione delle forze della sinistra sindacale.
Detto ciò, occorre però soffermarsi su una serie di osservazioni necessarie per chiarire il quadro e per riflettere su quale deve essere la linea politica dei comunisti rispetto al sindacato nello scenario italiano.
Va anzitutto ricordato che la nascente USB non raccoglie tutte le sigle sindacali di base: la maggioranza della CUB (la Confederazione unitaria di base) e la confederazione Cobas hanno deciso di non far parte del nuovo soggetto unitario. Ciononostante è innegabile che la riunione di alcune sigle in un’unica organizzazione giovi, oltre che in termini di efficacia dell’azione sindacale, anche in termini di visibilità, come è stato dimostrato nella vicenda Pomigliano, dove perfino alcuni media borghesi hanno riportato le dichiarazioni della USB.
Ma la questione fondamentale per i comunisti è oggi, a parere di chi scrive, la necessità di avere un unico indirizzo sindacale di classe. Se è vero, come scrive Giai-Levra nell’articolo che abbiamo pubblicato sul numero 16 di Aurora, che perfino all’interno del PdCI e del PRC i compagni si riconoscono in modo eterogeneo nelle diverse categorie e “aree” sindacali (dentro e fuori la CGIL), è chiaro che è molto difficile, con le forze che sono a disposizione, esercitare un qualunque tipo di ruolo egemonico.
Molti compagni sono convinti che la CGIL, che è sempre stato il sindacato di riferimento per i comunisti e che, insieme appunto al PCI, è stata la protagonista dei maggiori avanzamenti sociali nel Paese, sia ormai inevitabilmente votata ad una deriva moderata.
Sicuramente la CGIL è sempre più influenzata dalle scelte politiche del Partito Democratico, sempre più a destra specie per quanto riguarda l’economia e il lavoro: lo si è visto con chiarezza in occasione delle ultime elezioni politiche e, giorno per giorno, nei momenti in cui le contraddizioni capitale/lavoro si mostrano in modo esplicito. Resta il fatto, però, che la CGIL è l’ultima vera organizzazione di massa nel Paese, che raccoglie cinque milioni e mezzo di iscritti e che è capace di mobilitare i lavoratori in maniera massiccia. Non è accettabile, da parte dei comunisti, accusare continuamente la CGIL della linea politica assunta e poi invece, quando questa porta in piazza milioni di persone per fare le nostre stesse rivendicazioni, “usarla” per i propri scopi politici. La verità è che dentro la CGIL, tra gli iscritti e anche tra i sindacalisti dei territori, ci sono numerosissimi compagni che non hanno nessuna intenzione – giustamente – di abbandonare il proprio sindacato e ne auspicano piuttosto un irrobustimento della componente di classe. Optare per un sindacato completamente alternativo è un errore anche perché si lasciano inevitabilmente soli i comunisti dentro la CGIL: l’USB va valutata con il dovuto rispetto e serietà, ma è indubbio che la capacità di influire nelle relazioni industriali è minima.
Le accuse di moderatismo politico alla CGIL non tengono conto poi di come uno dei fattori che aveva determinato i progressi ottenuti nel corso dei decenni della seconda metà del novecento fosse il forte dualismo partito-sindacato: il partito comunista da una parte e il sindacato di classe dall’altra. È un dualismo che non esiste più da 20 anni (forse più) e più che delle derive moderate, forse sarebbe più opportuno stupirsi del fatto che la CGIL non sia ancora divenuto definitivamente un sindacato fiancheggiatore dei poteri forti. Quando si lanciano queste accuse nei confronti della CGIL, bisogna anche considerare il fatto che noi non siamo riusciti a fare un partito comunista degno di tale nome.
C’è poi un nodo politico altrettanto fondamentale: esiste all’interno della CGIL la categoria dei metalmeccanici, che ha dimostrato a più riprese – non ultima la vicenda di Pomigliano – di essere un vero baluardo di rappresentanza di classe degli interessi dei lavoratori. La FIOM è la seconda categoria tra gli attivi degli iscritti CGIL ed è palesemente uscita sconfitta dall’ultimo congresso della confederazione. Si può prevedere che il futuro del sindacato in Italia passerà anche e soprattutto da come si configurerà il rapporto tra la FIOM e la CGIL nei prossimi anni, in altre parole fino a quando la FIOM riuscirà a “resistere”. Ciò detto, bisogna avere chiaro il fatto che la FIOM non ha nessuna intenzione, per fortuna, di distaccarsi dalla CGIL: in tal caso vedremmo immediatamente assottigliarsi le file sia della FIOM stessa, sia dei suoi simpatizzanti. La battaglia della FIOM si svolge e deve continuare a svolgersi nella CGIL, perché gli permette visibilità ed efficacia d’azione, cercando – non senza difficoltà – di mantenere il margine più ampio d’autonomia.
Con l’USB, e con gli altri sindacati di base, i comunisti devono dialogare in maniera certamente dialettica e costruttiva; ma abbandonare la lotta ideologica e politica all’interno della CGIL e delle sue federazioni sarebbe un errore strategico. Piuttosto i comunisti dovrebbero fare un grande sforzo per elaborare, come già detto, un unico indirizzo sindacale di classe, senza procedere, come si è fatto spesso fino ad oggi, in ordine sparso.


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