/** * 2308 Eroi o soldati di ventura? Blog del periodico Aurora AURORA */

2308 Eroi o soldati di ventura?

Post image for 2308 Eroi o soldati di ventura?

by superadmin on 10/09/2010

in Imperialismo,nr.23,UK

di Cinzia Cimmino

Londra – Dall’ottobre 2001, data d’inizio della guerra in Afghanistan, sono morti quasi 2000 soldati della NATO, di questi più di 300 erano soldati britannici, molti dei quali sono rimasti uccisi durante gli ultimi due anni, ovvero da quando l’offensiva talebana si è fatta più aggressiva e sistematica.
Grazie all’utilizzo dei mezzi di comunicazione più avanzati e ai cosiddetti “embedded journalist” da nove anni siamo bombardati da scene di morte e violenza provenienti dalle zone di guerra, tanto da esserne ormai assuefatti. I morti senza nomi diventano statistiche e gli ennesimi corpi straziati le comparse di un interminabile film di guerra. Nessuno conosce il numero esatto delle vittime tra i civili, che sono forse decine di migliaia, ma conosciamo bene quello dei soldati NATO rimasti uccisi fino ad ora, perché vediamo le loro facce in televisione e le loro bare avvolte nelle bandiere . Quello che forse non sappiamo e ciò che spinge questi uomini e donne ad arruolarsi per uccidere e/o morire in un altro Paese. Sono davvero degli eroi, come i governi e i media ce li dipingono, o piuttosto dei moderni mercenari, spinti dal bisogno o dalla voglia di avventura?

Time Out London, la rivista settimanale d’obbligo per chi vuole sapere cosa accade a Londra – dal cinema, ai teatri, musei ecc. – qualche settimana fa ha pubblicato una serie di interviste ad alcuni soldati londinesi del Territorial Army (TA) in procinto di partire per l’Afghanistan. Il TA rappresenta circa un quarto dell’esercito britannico, pressappoco 35000 tra uomini e donne, ed è composto da soldati part-time, ovvero gente che ha già un lavoro e una carriera ma decide di fare il soldato di tanto in tanto, quando se ne presenta la necessita o la voglia. Quelli del TA vengono anche chiamati militia unit in quanto di solito vanno ad integrare le unita dell’esercito regolare. Se sono impegnati in attività militari, percepiscono lo stesso salario dei soldati regolari ma non possono essere impegnati per più di 12 mesi nel corso di 3 anni. La legge inoltre tutela il loro posto di lavoro per la durata dell’intera missione.
Il TA per l’esercito significa avere un grosso numero di personale addestrato che venendo da altri settori lavorativi può portare esperienze di lavoro diverse, e che tra l’altro non deve pagare regolarmene in quanto può chiamare in caso di bisogno. E quale può essere il vantaggio o il motivo che spinge un informatico, un bancario, o una consulente di marketing a far parte del TA?
Dalle interviste rilasciate su Time Out ne emerge un quadro tutt’altro che eroico. Nessuno degli intervistati ha citato tra i motivi che lo hanno spinto a partire quello della “giusta causa”. Del resto nessuno sa più perché ci siano ancora decine di migliaia di soldati impegnati in Afghanistan o quanto ci resteranno. Il comune denominatore pare essere la voglia di fare qualcosa di diverso, di avventuroso, di uscire dalla routine del lavoro “dalle 9 alle 5” e fare un’esperienza che cambia la vita.
E il rischio di morire o di rimanere mutilato o paralizzato per il resto della vita? A quanto pare il gioco vale la candela. Il soldato sul campo di battaglia si “ciba” quotidianamente di adrenalina e dell’incredibile legame che si crea tra i commilitoni per i quali si è disposti a rischiare la vita. Infatti, altro fattore comune che viene fuori è la specie di dipendenza che si crea con la vita in battaglia. Molti degli intervistati parlano del senso di non appartenenza che hanno provato al rientro, del fatto che la vita da civile appare noiosa e senza senso al confronto con quella sotto le armi e che – inspiegabilmente – si sente la mancanza dell’azione, dei compagni, del rischio.
Non tutti quelli che si arruolano lo fanno perché spinti dalla mancanza di altre prospettive, perché in cerca di avventura o perché pensano che uccidere sia giusto. Di certo la “War on Terror” non passera alla storia per la sua nobile causa ma piuttosto per l’illegalità dell’invasione e i pretesti adottati da Bush e Blair per convincere i loro governi sulla necessità di intervenire militarmente.
Qualcuno può scegliere di arruolarsi per dei motivi validi ma forse bisognerebbe anche trovare la causa giusta per cui morire.

[Scarica l'articolo in pdf qui]

[Scarica il numero completo di Aurora 23 in pdf qui]

Comments on this entry are closed.

Previous post:

Next post: