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2306 La nascita delle Brigate partigiane di Teramo e Marsica

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by rgaltieri on 10/09/2010

in ANPI,Italia,nr.23,Partigiani

Il comandante partigiano “Egidio” racconta il primo scontro a fuoco dei partigiani contro i tedeschi – 8 settembre 1943

di Roberto Galtieri

Alle 18,30 dell’8 settembre 1943, dai microfoni di Radio Algeri, il generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate contro la Germania nazista e l’Italia fascista, annuncia l’accettazione della richiesta di Armistizio dell’Italia fatta da parte del re Vittorio Emanuele III.
Oltre un’ora dopo, alle 19,42, dai microfoni dell’EIAR (la radio Rai dell’epoca) il maresciallo Badoglio annuncia: “Il governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta.
Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”. Mentre i nazisti danno il via all’invasione dell’Italia con l’operazione Achse (asse) il re, Badoglio e cortigiani, all’alba del 9 settembre, fuggono da Roma a Pescara e poi, via nave, a Brindisi.
Quel giorno Igino d’Aroma è di servizio all’ospedale militare Celio in Roma: “il Savoia fascista aveva abbandonato l’Italia in balia dei nazisti e il 9 settembre, come tutti, rimasi basito. Come comitato insurrezionale di Roma non potemmo impartire l’ordine insurrezionale poiché le truppe tedesche ci avevano spezzato il piano separandoci dalla divisione Ariete di stanza a nord della Capitale.” Il giorno dopo, il 10, la divisione dei granatieri di Sardegna si schiera contro i tedeschi e insieme a molti civili, a Porta San Paolo, si svolge una delle prime e più belle pagine della Resistenza. “Appena udimmo le cannonate dei Panzer tedeschi provenienti da Porta San Paolo corremmo verso la battaglia. Fummo subito investiti dall’arrivo di decine e decine di feriti in barella. Un alto ufficiale chirurgo smistava i feriti a seconda della gravità della lesione. La confusione era grande, non c’era cibo in caserma, né i soldi per comprarne al mercato nero; i tedeschi si erano ormai impadroniti della Capitale. I contatti con i compagni si erano interrotti. Era il terzo giorno che non mangiavo ed ero affamato. Allora intervenne Pietro De Dominicis, un commilitone antifascista, il quale fermò il mio irrefrenabile e per certi versi irresponsabile, visto il mio ruolo politico, moto d’ira antinazista proponendomi di andarcene insieme a Teramo, a casa sua. Ad Avezzano, infatti, non sarei potuto tornare, i fascisti mi avrebbero consegnato ai tedeschi. Fu così che lasciai Roma per Teramo. In questa città incontrai degli ufficiali di un reggimento di artiglieria di stanza a Teramo i quali mi confidarono che non volevano consegnarsi ai tedeschi. Fu allora che, con l’aiuto di Pietro, presi il comando della situazione e convinsi gli ufficiali e i soldati ad evacuare la caserma portando con sé tutte le armi cannoni compresi e le vettovaglie disponibili, per andare in montagna e prepararci alla Resistenza all’occupante nazista. Era il 15 settembre. Quasi alla fine del trasferimento in montagna Bosco Martese, fummo intercettati dalla colonna tedesca incaricata di colpire l’assembramento partigiano. Iniziò così il primo scontro a fuoco tra partigiani e tedeschi della storia della Resistenza. Pietro ed io aiutammo gli ufficiali a posizionare i cannoni nelle radure del bosco. I due cannoni colpirono in pieno la colonna tedesca procurando notevoli perdite, separando la testa della colonna nemica dal resto. Fu così che la nostra pattuglia guidata dal compagno Ammazzalorso catturò il colonnello comandante la colonna nazista e lo trasportò nel bosco. Il colonnello si rifiutò di rispondere alle domande rivoltegli dai partigiani della pattuglia, il gruppo decise allora per la fucilazione che avvenne immediatamente. L’esito della battaglia ci permise di continuare l’evacuazione in montagna e costituire stabilmente la brigata insieme ad altri civili.”
Interrompo la narrazione del comandante “Egidio” per specificare che alla fine della guerra il già comandante del CVL (Corpo Volontari della Libertà) Ferruccio Parri, nominato presidente del governo provvisorio, elogiò la battaglia condotta a Teramo contro i tedeschi come primo episodio di insurrezione partigiana nel centro Italia. Successivamente seguì l’azione della Brigata Maiella.
“Egidio” continua il racconto: “a casa del De Dominicis finalmente potei rifocillarmi adeguatamente e, una volta riprese le forze, lasciai il comando della neobrigata ai compagni per recarmi dall’altra parte delle montagne, nella Marsica. Nella zona trovai che infuriava la guerra, ogni giorno, tra bombardamenti e mitragliamenti alleati e repressione nazifascista. Passando per il mio paese natale, Aielli, proprio vicino alla villa della famiglia Letta (quella di Enrico Letta), allora occupata da un comando tedesco, subii l’attacco della RAF (l’aviazione inglese) che per poco non mi uccise. Ad Avezzano, i primi di ottobre, radunai 8 compagni tra cui Dario Spallone, Aldo Maviglia, Aurelio Nardelli, per costituire una Brigata anche in quella zona. Non avevamo armi, né soldi per comprarne. Grande fu la nostra sorpresa quando, incontrati i monarchici antifascisti per aggregarli alla Brigata, il tenente Salvatori ci fornì la chiave per risolvere il problema. Con alti ufficiali monarchici per impedire ai tedeschi di appropriarsi del denaro della Zecca di Stato in Roma, nottetempo, lo stesso 8 settembre, presero in consegna tutto il denaro fresco di stampa. Ricordo ancora lo stupore di quando, aprendo una borsa e dicendoci “questo è il nostro apporto alla vostra lotta” ci consegnarono un rotolo intonso enorme di biglietti da 10.000 lire. Per comprendere l’entità della somma è necessario rammentare che allora era un sogno avere mille lire al mese, come cantava una notissima canzone d’epoca. Con questi soldi comprammo le armi ai tedeschi e armammo la Brigata Marsica”. Compraste le armi ai tedeschi? “Certo, posso immaginare che ti stupisca di questo dato. Pur tuttavia questa è stata la realtà.” Come facevate a contattare i soldati tedeschi e comprare loro le armi? “I miei sottoposti individuavano il tedesco corruttibile e offrendogli tanto denaro ricevevano le armi, in particolare bombe a mano e fucili mitragliatori”.


Igino d’Aroma nasce ad Aielli, piccolo paese vicino ad Avezzano, nel 1921.
In quanto studente in medicina, passa nella sanità militare a Roma dove, tramite Fabrizio Onofri, membro del CC clandestino si iscrive al PCI nel 1939.
Da allora fu sottoposto a sorveglianza speciale dall’OVRA (la polizia politica fascista). Viene quindi trasferito dal Buon Pastore all’ospedale militare Celio, in Roma. Il Celio è sovraffollato e a chi lo richiede viene dato il pernotto fuori caserma. Questo è il lasciapassare che gli permetterà di fare il collegamento tra Avezzano e Roma. Il PCI romano, tramite Laura Lombardo Radice gli fornisce centinaia di copie di giornali clandestini da portare ogni settimana ad Avezzano per distribuirli in tutto l’Abruzzo (l’Unità, il Popolo, l’Avanti); dopo l’arresto nel 1939 che incarcera la direzione del PCI in Abruzzo (Nando Amicone, Bruno Corbi, Alberto Mancini, Ernesto Zanni, Giulio Spallone), d’Aroma riceve l’incarico dal PCI di ricostruire il Partito nella regione. Dopo l’8 settembre organizza due Brigate partigiane: la Brigata di Teramo e la Brigata Marsica di cui è comandante per 8 mesi fino alla Liberazione. Alla fine della guerra raggiunge la sorella a Napoli e prosegue gli studi di medicina. Partecipa alla costruzione del Partito in città. Diventa medico della federazione napoletana e medico personale di Giorgio Amendola e di Maurizio Valenzi. Sceglie la carriera medica a quella di Partito e, come molti altri partigiani, è restio a parlare della sua attività partigiana – “non sono gesta eroiche, ho fatto solo il mio dovere di antifascista e uomo libero” – fino a quando i fascisti vengono sdoganati e vanno al governo con Berlusconi. “Di fronte a questo sfascio democratico è necessario prendere in mano l’arma della memoria”. Inizia così il percorso che lo porta a scrivere e raccontare la lotta partigiana che promosse e condusse durante la Resistenza.


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