Editoriale – di Roberto Galtieri – Bruxelles
La deriva populista, nazionalista, di destra tout court aumenta ogni giorno poiché è entrata nel senso comune del popolo; ciò ci deve indurre sempre più alla preoccupazione per il futuro delle masse popolari, della democrazia. Paese dopo Paese, nel nostro vecchio continente, la destra, e la destra razzista e fascista conquistano posizioni culturali, ideologiche, di potere e istituzionali. Di fronte a tale realtà non solo non nascono movimenti di massa per contrastare la fascistizzazione dell’Europa. Al contrario: resi disperati dalle condizioni di vita e di lavoro sempre più precarie e dall’incapacità dei comunisti di dare risposte e di organizzare cultura e lotta, ampi settori del proletariato sostengono le forze più bieche del capitalismo in una disperata guerra tra poveri.
Ultimo dato, solo in ordine di tempo, arriva dalla Svezia, dove il 19 settembre si sono svolte le elezioni legislative. La maggioranza uscente di centro destra non ha riconfermato la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento (49,2% dei voti). Ma nella patria dello stato sociale i voti persi dalla destra liberista non sono tornati alla coalizione di centro sinistra guidata dalla storica socialdemocrazia svedese, che anzi crolla ai livelli più bassi raggiunti nel 1914. I voti del centro destra, ma soprattutto quelli socialdemocratici, sono andati al partito neonazista (5,6%) il quale, per ossimoro ideologico si chiama Sverigedemokraterna: Democrazia svedese. 20 i deputati neonazisti che siedono ora, per la prima volta, nel Riksdag, il Parlamento del Paese nordico. Tra le loro proposte quella di mandare a casa quel 15% della popolazione di origine “straniera” (la più alta percentuale in Europa). Il fatto che il “mitico” partito socialdemocratico svedese che ha governato il paese per 60 anni perde a favore delle destre e segnatamente di quella neonazista è un segno politico di altissima rilevanza e preoccupazione, anche se il Vänsterpartiet, socialista di sinistra ex comunista, resiste all’onda nera (19 deputati) e crescono i verdi. Nella ex rossa EmiliaRomagna il 10% raggiunto dalla Lega Nord nelle scorse regionali attinge da un bacino di persone che votavano PCI. Nel numero scorso di Aurora abbiamo visto come anche nei Paesi Bassi, nel corso delle ultime elezioni, abbia avuto un successo straordinario il partito razzista e xenofobo. Anche in questo Paese non sono state premiate “solo” le posizione fasciste, ma pure la proposta chiara e gridata del partito liberale del governo uscente, di tagliare lo stato sociale (anche qui con standard molto elevati). Per tornare alla Svezia, il governo di centro destra, mascherando molto la sua azione, ha comunque fatto crollare il Paese dal 5° posto nella graduatoria in termini di livello di indennità di disoccupazione al 21esimo, con il risultato di far crescere, e di molto, le assicurazioni private. Anche qui la realtà economica non è intervenuta a sanzionare politiche antipopolari. Una domanda si pone allora con forza di fronte a tanta contraddizione, almeno apparente: cosa induce settori proletari a sostenere proprio chi vuole tagliargli il sostentamento dignitoso o persino il sostentamento tout court ?
La risposta potrebbe essere breve e nel contempo problematica: guerra tra poveri. Una guerra che trova alimento nella paura e nella miseria. L’aumento della povertà nell’occidente capitalista è costante; tanto nell’Unione Europea, quanto del resto negli Stati Uniti. Nell’anno dedicato alla lotta alla povertà nell’Unione europea i dati statistici ufficiali (Eurostat 2008) indicavano in 19 milioni i bambini europei che vivono sotto la soglia di povertà: oltre 40 milioni in totale i cittadini UE poveri. Il 17% degli europei hanno così poche risorse economiche da non poter coprire il loro fabbisogno alimentare. C’è da domandarsi dove sia il “terzo mondo”. E questi dati sono in continua progressione, fuori dal linguaggio statistico: la povertà in Europa è in costante aumento, anno dopo anno. Negli USA (fonte: Census Bureau, 2009) di cittadini che vivono sotto la soglia di povertà sono 43,6 milioni, con un incremento del 2,1% negli ultimi anni. In un solo anno, dal 2008 al 2008, gli statunitensi privi di copertura medica sono passati da 46,3 milioni (il 15,4% della popolazione) a 50,7 milioni (il 16,7%). In altre parole, oggi più della metà dei cittadini statunitensi non hanno copertura medico-sanitaria. Neanche a dirlo, le fasce di popolazione più rappresentative di questa povertà sono i neri e gli ispanici. Insomma nel mondo libero c’è diffusa libertà di povertà e fame. Eppure mentre nel resto del mondo crescono le lotte e l’organizzazione dei lavoratori: dallo sciopero generale nel Bangladesh a quello in India, a quello dei 200,000 operai cambogiani, agli scioperi nella fabbriche cinesi che hanno portato ad aumenti salariali fino al 40% (come ci dice Giacché nel suo articolo a pagina 16). In Europa, invece, anche grandi movimenti di lotta – vedi in Grecia, ma anche in Francia contro la riforma delle pensioni – non ottengono i risultati sperati. Nulli in Grecia, speriamo in Francia dove ormai mensilmente scendono in piazza da uno a due milioni di lavoratori. Altrove, più spesso, è difficile organizzare i necessari movimenti di lotta per la difesa dei diritti e della democrazia. Una linea politica chiara, convincente e con obiettivi unificanti non emerge.
Unica eccezione è la parte francofona del Belgio, la Vallonia. Qui i socialisti si sono imposti quale primo partito con parole d’ordine di forte difesa dello stato sociale. Tanto che anche i liberali locali, per non scomparire, hanno dovuto impostare la loro campagna elettorale promettendo il mantenimento dello stato sociale: l’opposto di quanto proposto nella parte fiamminga dove è risultato primo partito l’NVA, raggruppamento xenofobo, razzista e secessionista di estrema destra economica e politica. Tanto è grande il divario tra le due comunità – quella francofona e quella fiamminga – che, nonostante sia ancora senza governo alla terza tornata legislativa anticipata, non si profila all’orizzonte alcuna possibilità di formazione di un governo e la separazione tra nord e sud del Paese è sempre più è all’ordine del giorno. Questa è la cifra ovunque: instabilità della classe dirigente borghese. Instabilità che determina insicurezza. La paura del diverso, sapientemente sfruttata dai nazifascisti fa il resto e fa il pieno. Noi comunisti non siamo stati, e non siamo in grado di dare risposte adeguate a tale paura. I divari di linea interni fanno il resto. Non solo in Italia. Alcuni partiti della cosiddetta e sedicente sinistra radicale godono di un importante sostegno popolare (in termini elettorali parliamo del 12-17%) grazie alle loro politiche e pratiche di classe: di fronte alla crisi virano inaspettatamente quanto brutalmente a destra e si dividono. Come l’SP olandese che, dopo la sconfitta elettorale assume una linea “moderatissima”, tipica socialdemocratica, fino all’accettazione della NATO! La paura di essere se stessi, il desiderio di omologazione hanno il sopravvento. Il combinato disposto egemonia culturale e politica delle destre anche fasciste e l’inconsistenza dei comunisti conduce, può condurre a situazioni autoritarie reazionarie se non propriamente fasciste. Non si tratta di ‘tentazioni’ autoritarie, ma di processi politici che producono uno spostamento generale a destra del sentire comune. Anche paesi ultra vaccinati come la Francia non hanno saputo trovare risposte alla politica nazista di Sarkozy in merito all’espulsione dei ROM dall’Esagono. Solo 10 anni fa il presidente della repubblica francese sarebbe stato costretto alle dimissioni da un vasto movimento unificante popolo e intellettuali. Un movimento cosiffatto, oggi, non è più in grado di prodursi. I comunisti hanno dunque necessità impellente di elaborare un’analisi della situazione attuale per dotarsi di una linea politica che impedisca un ritorno ad un’Europa nera dotandosi di capacità di organizzazione interna e sociale di lotta.
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{ 1 comment }
Compagni,
il proletariato attuale non si sente tale, prevale l’individualismo e, nonostante i tassi di alfabetizzazione attuali siano elevati, l’incapacita’ di riflettere, di analizzare i fenomeni. Questo anche perche’ mancano partiti ed organizzazioni di Sinistra che sappiano parlare un linguaggio comprensibile, che aiuti a comprendere il mondo e ad assumere un coscienza di classe, condizione senza cui non puo esserci una lotta organizzata di ampio respiro, che vada oltre la difesa del proprio luogo di lavoro. Per contro ha molta visibilita nei quartieri, nel famoso territorio, la destra razzista e xenofoba, che fornisce rispose semplicistiche, errate ma rassicuranti alle paure del cittadino medio.
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