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	<title>AURORA</title>
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	<description>Periodico marxista di informazione politica e culturale degli emigrati</description>
	<lastBuildDate>Thu, 09 Feb 2012 20:58:08 +0000</lastBuildDate>
	<language>en</language>
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		<title>3201 EDITORIALE: La lunga marcia contro il capitalismo</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 18:02:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>perla</dc:creator>
				<category><![CDATA[Beni Comuni]]></category>
		<category><![CDATA[Capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[CheFare?]]></category>
		<category><![CDATA[Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[nr.32]]></category>
		<category><![CDATA[Sfruttamento]]></category>

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		<description><![CDATA[Ricostruire il sapere critico collettivo di Perla Conoscenza &#8211; coordinatore del nr. 32 Siamo entrati a pieno titolo nel XXI secolo. Un XXI molto differente da quel che ci aspettavamo. Una Unione Europea molto differente dall’Europa della sicurezza sociale e del welfare, che solo due decenni fa era stata promessa ai cittadini dei vecchi e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a class="post_image_link" href="http://aurorainrete.org/wp/archives/1876" title="Permanent link to 3201 EDITORIALE: La lunga marcia contro il capitalismo"><img class="post_image alignright" src="http://www.aurorainrete.org/num32/icone/01.gif" width="177" height="235" alt="Post image for 3201 EDITORIALE: La lunga marcia contro il capitalismo" /></a>
</p><p style="text-align: center;"><strong>Ricostruire il sapere critico collettivo</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>di Perla Conoscenza &#8211; coordinatore del nr. 32</em></p>
<p>Siamo entrati a pieno titolo nel XXI secolo. Un XXI molto differente da quel che ci aspettavamo. Una Unione Europea molto differente dall’Europa della sicurezza sociale e del welfare, che solo due decenni fa era stata promessa ai cittadini dei vecchi e nuovi paesi membri. Nel conflitto fra capitale e lavoro, il capitale ha stravinto; sbaragliato i diritti del lavoro e dei lavoratori. L’ideologia liberista è talmente pervasiva e onnipresente, da non essere neppure più riconosciuta come tale.</p>
<p>L’“eccesso di democrazia” del secolo scorso, era necessario ai governanti, finché &#8211; almeno nell’immaginario collettivo di ampi strati della popolazione &#8211; vi era l’aspirazione e la speranza di poter costruire una società che non fosse basata esclusivamente sulla logica del profitto; dove le scelte politiche non fossero<span id="more-1876"></span> esclusivamente determinate dalla legge di mercato, dalla logica del saccheggio e del massimo arricchimento, ma si potessero perseguire valori come eguaglianza, fraternità, equità, finché vi erano paesi che propugnavano modelli sociali alternativi al capitalismo.</p>
<p>Le decisioni politiche ed economiche, le leggi, venivano non solo sottoposte al dibattito e al voto di consigli eletti dal popolo, ma perfino discusse e negoziate.</p>
<p>Oggi, invece, non è più necessario un modello di democrazia fondato su istituzioni democratiche partecipative, fondate su meccanismi di delega e di rappresentanza rappresentativi e proporzionali; sulla possibilità di abrogare decisioni impopolari tramite democrazia diretta.<br />
La politica e l’economia di un numero sempre maggiore di paesi Europei può essere finalmente di fatto commissariata dal potere finanziario.<br />
I loro governi e i loro programmi sono imposti dalla “triade”: Banca Centrale Europea, Commissione Europea (dominata dal direttorio franco-tedesco); Fondo Monetario Internazionale. La “democrazia” è archeologia. In Grecia il primo ministro George Papandreou aveva annunciato un referendum sulle misure di austerità.<br />
E’ stato deposto.</p>
<p>I banchieri hanno preso il potere, cominciando da Italia e Grecia. Letteralmente, nella figura di due ex-banchieri e membri della Trilaterale: Lucas Papademos e Mario Monti. Il loro compito è garantire quell’ottemperanza ai diktat della “Triade”: ossia spazzare via ogni protezione sociale, principi e valori che siano di intralcio al pieno dispiegarsi della legge del profitto, dello sfruttamento, del saccheggio. Il loro compito – ora che sono stati spazzati via o assimilati i soggetti che sono portatori delle istanze e rappresentanze sociali &#8211; è di contrastare la caduta del saggio di profitto, raschiando il fondo del barile: approfondendo le differenze sociali e lo sfruttamento, ossia di portare all’estremo quelle politiche e quel modello sociale capitalista senza “lacci e laccioli” che ha portato alla crisi attuale all’impoverimento di massa e all’approfondimento delle differenze sociali.<br />
In altri termini di perseverare in quelle ricette e comportamenti sciagurati per i lavoratori e i cittadini, ma redditizi per banche, grandi capitali e rendite finanziarie. Redditizi per chi ha inondato i paesi in crisi di titoli derivati, acquisendo enormi rendite finanziarie, poi quando queste si sono tramutate in perdite, salvato dal fallimento grazie al finanziamento statale, creando voragini nel debito pubblico, che improvvisamente “deve essere rapidamente sanato” a spese dei lavoratori.</p>
<p>Grazie all’assenza di dibattito parlamentare; a una legislazione realizzata tramite decreti legge; all’assenza di opposizione e di proposte alternative da parte dei partiti; alla mancanza totale di critica da parte dei media, è stato assegnato un potere praticamente assoluto ad un esponente in prima fila del fronte neoliberista: all’International Advisor di Goldman Sachs, al presidente per l’Europa della Commissione Trilaterale (creata da Rockefeller al tempo della Guerra Fredda per fare trionfare il modello capitalista neoliberista): Mario Monti.</p>
<p>Dopo aver dato l’incarico di gestire un asilo infantile ad un prete pedofilo, lo lascereste “lavorare” dichiarando: “aspettiamo i risultati prima di giudicare”? Vi meravigliereste se scopriste che perseverasse nelle sue abitudini?<br />
Su mandato della BCE e delle grandi banche creditrici è stato dato l’incarico di governo a chi propugna l’obbediente sottomissione alle dottrine neoliberiste che infiniti guai stanno seminando in tutto il mondo; a chi sostiene la “legge del mercato” sia un modo equo di distribuire lavoro e risorse<a title="" href="#_ftn1">[1]</a> e vuole ridurre tutto a merce.<br />
Vi meravigliereste se stravolgesse leggi e Costituzione repubblicana per portare all’estremo le dottrine liberiste alle quali ha dedicato tutta la sua vita? Vi meravigliereste se le misure di questo governo “tecnico” fossero funzionali a questo, ossia: liberalizzazioni e deregolamentazione, riforme del “mercato” del lavoro e degli ammortizzatori sociali, tutte politicamente e ideologicamente determinate?<br />
Le prime prevedibilissime misure sono: riforma del lavoro (= legittimazione della precarietà lavorativa, riduzione dei salari, deregolamentazione); la liberalizzazione (= deregulation) dei servizi pubblici; taglio dei servizi sociali (= taglio dei salari indiretti); aumento dell’età pensionabile, blocco dell’indicizzazione ai prezzi dell’importo della pensione (= esproprio dei salari differiti); riconferma delle norme vigenti sull’immigrazione (= approfondimento delle divisioni di classe, casta, etnia); allocazione delle frequenze (= completamento del monopolio berlusconiano delle reti televisive, controllo dei media).<br />
Ma non finisce qui: l’alleanza fra proprietà privata (società private, multinazionali, centri bancari e finanziari) che ha bisogno di massimizzare profitti e rendite, e il governo a loro succube, è alla ricerca di sempre nuove occasioni di mercificazione e privatizzazione. La fase successiva dell’attacco si sposta sul terreno seguente: il saccheggio e la spoliazione da parte dei privati dei servizi e dei beni pubblici e comuni. Ossia realizzare la trasformazione dei beni comuni in merci e fonte di profitti per oligopoli e multinazionali, imporre leggi di privatizzazione dei beni pubblici e che ne impediscano la tutela rispetto alla spoliazione de parte dei privati. (vedi articolo a pag.14 «Beni comuni: Condividerli e proteggerli. Battaglia cruciale del XXI secolo»).</p>
<p><strong>LA SCONFITTA E’ CULTURALE</strong></p>
<p>La vittoria conseguita dal fronte neoliberista non è economica, ma puramente ideologica: avere creato una coltre ideologica che presenta immagini capovolte della realtà. Avere diffuso la convinzione che la profonda crisi economica-finanziaria attuale non sia una crisi strutturale del modello liberista, ma che sia nostra responsabilità, che i lavoratori abbiano preteso troppi diritti e garanzie. Cioè che la responsabilità sia del salario differito accantonato dai lavoratori in una esistenza di sfruttamento subalterno. Se crolla la borsa e le banche, se lo spread sale, è colpa della spesa pubblica e delle pensioni, non degli immensi profitti delle corporation e delle rendite finanziarie, delle sciagurate politiche di deregolamentazione.</p>
<p>Aver convinto tutti che la soluzione della crisi italiana passi solo da una obbediente sottomissione all’Europa e alle dottrine neoliberiste che infiniti guai stanno seminando in tutto il mondo, che sia meglio avere imprese aperte con infimi salari e nessuna garanzia, piuttosto che disoccupati. Che occorra che l’Europa partecipi insieme ai paesi di tutto il mondo alla corsa al ribasso dei salari e diritti, all’aumento dello sfruttamento, a farsi concorrenza nella riduzione delle tassazione sul capitale e sulle rendite.<br />
Si afferma uno stato autoritario post-democratico che riduce le strutture rappresentative e della democratiche (taglio delle province, dei parlamentari), e persegue una lucida e consapevole de-politicizzazione dei cittadini, imputando questa situazione anziché al sistema capitalista e al mercato, alla politica.<br />
Richiedendo la fine di ogni genere di intervento politico.<br />
Nell’assenza del pensiero critico i mantra liberisti espressi dal presidente del consiglio sono accettati da tutti: «più crescita, più liberalizzazioni, più concorrenza, più flessibilità»; perfino lodati per il loro “stile”: «eliminare il profondo dualismo del mercato del lavoro italiano con effetti negativi in termini di equità ed efficienza» (= i giovani poco garantiti e vecchi troppo garantiti, togliamo le garanzie del secolo passato che limitano lo sfruttamento e i profitti, necessari per l’economia).</p>
<p>La prima responsabilità di questa assenza di politica e di pensiero critico è l’inadeguatezza attuale dei partiti. Ma senza cultura politica, strategia e organizzazione, ogni forma di reazione e protesta, si riduce ad una semplice rivolta; non vi è possibilità di impatto politico e di modificare la realtà.</p>
<p>PD e SeL sono assolutamente incapaci di una analisi e progettualità politica. I discendenti più &#8220;moderati&#8221; del Partito Comunista Italiano sono diventati liberisti fuori tempo massimo, hanno perso gli strumenti per comprendere delle trasformazioni attuali della società e dei poteri che si stanno affermando.<br />
La più audace richiesta del PD al governo (da loro votato sempre e comunque) è di perseguire a qualunque prezzo (aumento dello sfruttamento, dei tempi e degli anni di lavoro, degrado ambientale) una crescita economica, dannosa per i cittadini e per il pianeta, insostenibile nel medio-lungo periodo!!</p>
<p><strong>LA LUNGA MARCIA: PER LA FORMAZIONE DI UNA INTELLIGENZA COLLETTIVA</strong></p>
<p>In pochi mesi, questo governo potrebbe rendere irreversibile la logica neoliberista, modificando leggi, smontando la Costituzione, intervenendo sul “senso comune”, con il sostegno dei partiti e fra l’indifferenza di moltitudini ormai depoliticizzate.</p>
<p>In questa situazione, non vi è spazio per tatticismi, occorre intraprendere una lunga marcia, simile a quella che dovette intraprendere l’Armata Rossa cinese, per sfuggire all’assedio delle forze controrivoluzionarie, e che – anche se prezzo di anni di stenti e perdite &#8211; la portò alla vittoria.</p>
<p>Occorre ricominciare a fare Politica, ricostruire una rappresentanza politica, far rinascere un Parlamento che non sia esclusivamente la catena di trasmissione dei voleri del mercato, riconciliare la società civile con la società politica.</p>
<p>Sanare la spaccatura profonda tra realtà e sua falsa rappresentazione. I diritti sociali (duramente conquistati nel secolo scorso) non sono immutabili, sono socialmente determinati. L’incapacità di riconoscerli come tali, conduce alla loro perdita. E’ necessario comprendere la realtà per poterla trasformare, occorre strappare la cortina ideologica che ci avvolge e riformulare un pensiero critico. Occorre comprendere l’organizzazione del lavoro e gli strumenti di dominio e di estrazione di rendite e di profitto del XXI secolo. Una necessità fondamentale, di fronte a una crisi economica, sociale e politica che ha scompaginato e sovvertito i paradigmi, i concetti e le certezze che negli ultimi decenni hanno orientato lo stesso pensiero critico. Occorre saper formulare proposte e alternativa concrete.</p>
<p>E’ necessario quindi un poderoso lavoro di formazione collettivo, che si traduca in azioni e rivendicazioni politiche che fermino il programma di distruzione delle strutture collettive e si contrappongano alla logica del mercato puro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Oggi vi sarebbero i mezzi tecnologici, per ricreare una intelligenza collettiva. E’ possibile creare strumenti distribuiti e autonomi di autoformazione, per riunire e ricomporre le intelligenze critiche rimaste. E’ possibile una mettere in rete quei ricercatori, accademici, studenti e attivisti di movimento che hanno conservato ancora un barlume di capacità critica e autocritica. E’ possibile attivare un dibattito pubblico e distribuito elaborando e approfondendo concetti, linguaggi e categorie che le esperienze teoriche e pratiche dei movimenti hanno espresso in questi ultimi anni. E’ possibile creare 10, 100, 1000 Università in rete, la cui frequentazione e interazione può avvenire da casa, quando si ha la possibilità. Le prime esperienze di Università distribuita e permanente, capaci sia di contaminare l’Università ufficiale, sia di creare e formare la nuova coscienza diffusa stanno sorgendo<a title="" href="#_ftn2">[2]</a></p>
<p>Nel frattempo occorre attivare battaglie concrete facendo leva attorno alle contraddizioni più evidenti.  e conquistando spazi dove le contraddizioni siano più evidenti non sottomessi alla legge del profitto.</p>
<p>Per il suo potenziale rivoluzionario teorico e di prassi, il primo terreno di battaglia può essere attorno ai servizi di interesse generale e ai beni comuni. Occorre prendere coscienza politica della contraddizione tra privatizzazione e beni comuni, identificarli, arrestarne il saccheggio e rivendicarli come bene collettivo non sottoposto alla logica del mercato.</p>
<p>In questa ottica, è da sostenere l’iniziativa per la creazione di una carta “costituzionale” Europea dei beni comuni (le battaglie per essere efficaci ormai si devono condurre almeno a livello Europeo), che verrà lanciata l’11 Febbraio al teatro Valle a Roma da Ugo Mattei e Alberto Lucarelli<a title="" href="#_ftn3">[3]</a>, una opportunità per mettere insieme le reti esistenti per elaborare e declinare collettivamente l’analisi e l’azione politica su questi temi.</p>
<div>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref">[1]</a> Eppure un docente universitario di economia, che è stato Commissario Europeo alla Concorrenza e al Mercato Interno per 10 anni, qualcosa dovrebbe sapere del potere degli oligopoli e delle grandi multinazionali; qualche dubbio su questa ottimale allocazione di risorse operato automaticamente da un mercato “finalmente senza vincoli” dovrebbe averlo.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref">[2]</a> Come esempio di esperienze significative cito solo l’esperimento di autoformazione dell’ ”Università Nomade” Commonware <a href="http://uninomade.org/commonware/">http://uninomade.org/commonware/</a> e i corsi di Formazione in rete della Fondazione Teatro la Valle Bene Comune <a href="http://www.teatrovalleoccupato.it/">http://www.teatrovalleoccupato.it/</a> .</p>
</div>
<div>
<p style="text-align: center;"><a title="" href="#_ftnref">[3]</a> vedi anche l’articolo a pag. 14 “Beni comuni. Condividerli e proteggerli. Battaglia cruciale del XXI secolo”<br />
- – &#8211; – 0 – &#8211; – -<br />
[<a href="http://www.aurorainrete.org/num32/A3201.pdf">Scarica questo articolo in pdf</a>]<br />
[<a href="http://www.aurorainrete.org/num32/Aurora32-completa.pdf">Scarica il numero completo di Aurora 32 in pdf</a>]<br />
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		<title>3203 Dalle rivolte alla rivoluzione</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 17:53:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mariog</dc:creator>
				<category><![CDATA[CheFare?]]></category>
		<category><![CDATA[Lotte]]></category>
		<category><![CDATA[nr.32]]></category>

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		<description><![CDATA[Come porsi di fronte alle rivolte, come renderle costruttive in una prospettiva comunista: organizzazione e direzione  di Mario Gabrielli Uno degli aspetti più interessanti dell&#8217;ultimo ventennio iniziato grosso modo con la fine dell&#8217;Unione Sovietica è stato, in parallelo all&#8217;instaurazione trionfale del capitalismo assoluto di cui ora si stanno vedendo le più tragiche conseguenze, il sorgere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a class="post_image_link" href="http://aurorainrete.org/wp/archives/1873" title="Permanent link to 3203 Dalle rivolte alla rivoluzione"><img class="post_image alignright" src="http://www.aurorainrete.org/num32/icone/03.gif" width="178" height="235" alt="Post image for 3203 Dalle rivolte alla rivoluzione" /></a>
</p><p style="text-align: center;"><strong>Come porsi di fronte alle rivolte, come renderle costruttive in una prospettiva comunista: organizzazione e direzione</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em><strong></strong> di Mario Gabrielli</em></p>
<p>Uno degli aspetti più interessanti dell&#8217;ultimo ventennio iniziato grosso modo con la fine dell&#8217;Unione Sovietica è stato, in parallelo all&#8217;instaurazione trionfale del capitalismo assoluto di cui ora si stanno vedendo le più tragiche conseguenze, il sorgere sempre più frequente di <strong>movimenti, agitazioni, disordini, rivolte</strong> nel cuore stesso di quell&#8217;Europa autoproclamatasi da tempo &#8220;<em>culla della democrazia e della libertà</em>&#8220;. Solo per parlare di questi ultimi anni, abbiamo visto esplosioni di rabbia tanto violenta come apparentemente irrazionale e indiscriminata a <strong>Genova</strong>, a <strong>Parigi</strong>, ad <strong>Atene</strong>, a <strong>Londra</strong>, a <strong>Barcellona</strong>, a <strong>Roma</strong>&#8230; e tutto lascia pensare che questo &#8220;<em>ancora è niente</em>&#8220;, di fronte a un deterioramento sempre più rapido e disastroso della situazione economica e sociale del continente.<span id="more-1873"></span> Questi e altri episodi si sono sviluppati a volte al margine di manifestazioni &#8220;autorizzate&#8221; di vari movimenti politici, sindacali, civici etc. con il classico meccanismo di &#8220;infiltrazione/provocazione/degenerazione del corteo&#8221;, meccanismo nel quale si è vista o creduta di vedere persino la mano dell&#8217;orchestrazione esterna da parte del potere che cerca qualunque pretesto per reprimere i movimenti. O sono avvenuti come risposta diretta ad abusi della polizia, a imposizioni e restrizioni delle autorità, o in seguito a tensioni inter-etniche se non razziste, etc. Tra una cosa e l&#8217;altra, si può dire che si sta avverando la cupa visione di Hans Magnus Enzensberger che nei primi anni novanta del secolo scorso, prendendo spunto dalle esperienze della Jugoslavia dilaniata internamente ed esternamente, parlava di &#8220;<em>prospettive di guerra civile</em>&#8221; in tutto il mondo, compreso l&#8217;Occidente, dove &#8220;<em>qualunque vagone della metropolitana può diventare improvvisamente una Bosnia in miniatura</em>&#8220;.</p>
<p>Parlando di <strong>rivolte, rivoluzioni e dintorni</strong>, si vede come è fin troppo facile fare riferimento a personaggi che appunto le rivoluzioni le hanno veramente pensate e fatte e come tali sono diventati delle icone troppo spesso semplificate e manipolate, come il Lenin del &#8220;Che fare&#8221; e di &#8220;Stato e rivoluzione&#8221;, il Mao della &#8220;lunga marcia&#8221; e della &#8220;rivoluzione culturale&#8221; che &#8220;bombarda il quartier generale&#8221;, o il Che Guevara &#8220;guerrigliero eroico e romantico&#8221;; qualcuno poi va anche oltre citando altri personaggi che magari non hanno fatto vere e proprie rivoluzioni ma che hanno dato il nome a certi attrezzi che in esse si usano, come i sovietici Molotov (ministro degli esteri) e Kalashnikov (progettista industriale)&#8230; ma appunto, ragionare per citazioni di questo o di quell&#8217;altro, o per slogan, se non per sogni e velleità, aiuta a ben poco, sia a pensare, sia ad agire. Anzi, c&#8217;è il rischio di rimanere <strong>prigionieri della mitologia e quindi paralizzati di fronte alla realtà</strong>.</p>
<p>E qual&#8217;è la realtà? È quella che ci siamo fin troppo abituati a vedere in quello che si denominava &#8220;Terzo Mondo&#8221;, ovvero in quei paesi soggetti e sottomessi da secoli al dominio capitalista-colonialista-imperialista della solita minoranza di paesi &#8220;ricchi&#8221; del &#8220;Primo Mondo&#8221;, con tantissime persone sfruttate e ridotte in condizioni di miseria materiale ed intellettuale, con così <strong>poco o nulla da perdere </strong>che possono essere disposti a fare qualunque cosa, dal vendersi per pochi soldi al primo padrone, fino&#8230; a reagire e a rivoltarsi, molte volte in modo spontaneo, violento e irrazionale, provocando spesso grande impatto sul momento ma con inevitabile sconfitta e nessun cambio di condizioni di vita, se non peggioramento.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ecco, questa realtà negli ultimi vent&#8217;anni è sbarcata in modo sempre più clamoroso anche nella &#8220;ricca&#8221; Europa, che si ritrova a dover pagare il conto delle follie ultra-liberiste del capitalismo trionfante senza più alcun freno né interno degli Stati, né esterno di un contro-potere socialista. Perché, per effetto dei meccanismi capitalistici di ricerca del massimo profitto sempre e comunque, di sfruttamento e di esclusione sociale fino alla ghettizzazione, di compressione degli spazi di sviluppo e di speranza delle persone per un futuro migliore personale e collettivo, quello che sta avvenendo anche in Europa è che <strong>si stanno trovando sempre più persone nella pericolosissima situazione di non avere poco o più nulla da perdere</strong>, specialmente i giovani &#8220;classici&#8221; (fino ai trent&#8217;anni) ma sempre di più anche quelli che giovani non lo sono più, senza esser abbastanza anziani per ottenere una pensione decente (tra i quaranta e i cinquant&#8217;anni): senza lavoro o con un lavoro precario senza soddisfazioni né di salario né di professione, pur mettendoci tutto l&#8217;impegno possibile di studio e/o di lavoro; senza possibilità di indipendenza vera in una casa che non sia un lusso fuori portata; senza vere risorse di sviluppo personale, essendo bombardati continuamente da informazione falsa e distorta, da stimoli consumistici, da ricatti sociali &#8220;o mangi questa minestra…&#8221; dettati dall&#8217;insicurezza personale e collettiva&#8230; senza neanche speranza, poi, che le cose possano cambiare in meglio a breve scadenza, per semplice &#8220;progresso&#8221; com&#8217;era avvenuto negli ultimi sessant&#8217;anni in pratica.</p>
<p>Di che meravigliarsi allora se, con frequenza sempre più accelerata, stanno scoppiando <strong>disordini e rivolte un po&#8217; dappertutto</strong>, dai più vari tipi di scintilla – che può essere un ragazzo che muore per violenza della polizia, o per un decreto governativo ingiusto, o un corteo degenerato…? Anzi, si potrebbe dire al contrario che <strong>ci sarebbe da meravigliarsi perché queste cose non succedono con ancora maggiore frequenza</strong>, date le condizioni oggettive sempre più difficili di tante persone e di interi pezzi di società. Eppure, quando succedono queste cose, tanti e troppi si affrettano a scandalizzarsi e &#8220;condannare&#8221;, a destra come anche in certa sinistra che alla violenza del sistema sa rispondere solo con un generico &#8220;pacifismo&#8221; o &#8220;non-violenza&#8221; che sa tanto di conformismo opportunista nei riguardi del potere. I comunisti invece, che non sono generica &#8220;sinistra&#8221;, sanno bene che niente succede per caso e che ci sono precisi meccanismi sociali che generano, richiamano e alimentano la violenza, e piuttosto che limitarsi a &#8220;condannare&#8221;, pensano a identificare e denunciare le vere cause di tutto questo. Che non sono altro che quelle legate al capitalismo e il disagio sociale e personale che esso provoca, un sistema egoista e irrazionale che genera reazioni spesso anch&#8217;esse irrazionali ed egoiste: come quando appunto in certi moti di rivolta si mescolano spesso elementi di semplice teppismo o saccheggio, manifestazioni di negazione dell&#8217;agire collettivo, del&#8217;&#8221;ognuno per sé per chi ne può approfittare meglio&#8221;, e che diventano alla fine i migliori alibi per il potere per la repressione e la criminalizzazione di ogni tipo di movimento di lotta.</p>
<p>L&#8217;unica cosa che si può e si deve veramente fare, come comunisti ma anche solo come dissidenti del sistema, è vedere come porsi di fronte alle rivolte, come renderle costruttive in una <strong>prospettiva di lotta reale e di trasformazione dello stato di cose presente</strong>: in una parola, farle diventare <strong>elementi di rivoluzione</strong>, e non di semplice sfogo di rabbia. E qui sì che ci vuole, una citazione del Lenin del &#8220;Che fare&#8221; che ci avverte, sempre, che &#8220;<em>senza teoria rivoluzionaria, non c&#8217;è movimento rivoluzionario</em>&#8220;&#8230; non c&#8217;è rivoluzione, al più appunto si hanno delle rivolte, più o meno estese e violente, ma che comunque come tali lasciano il tempo che trovano &#8211; distruzioni personali e materiali a parte &#8211; e che anzi possono essere addirittura controproducenti per un vero movimento rivoluzionario, perché aizzano e giustificano i peggiori istinti repressivi del potere e allontanano persino quelli che potenzialmente dovrebbero parteciparvi per primi.</p>
<p>E come avere una teoria e un movimento rivoluzionari vivi e attivi, senza <strong>una organizzazione</strong>, un partito&#8230; un <strong>Partito Comunista</strong>, magari? Perché qui si tratta di un tema chiave: <strong>la direzione delle rivolte</strong>. Nei due sensi dell&#8217;espressione: sia in quello di &#8220;<em>dirigere organizzativo</em>&#8220;, sia in quello, ancora più importante, di &#8220;<em>dirigersi, andare verso un dove, un qualcosa</em>&#8220;. L&#8217;organizzazione è necessaria per avere dei piani, delle risorse, delle responsabilità, delle forme di agire, che esistono nella pratica politica e sociale quotidiana ma che diventano specialmente efficaci nelle lotte, quelle che si partecipa a far sorgere &#8211; nei luoghi di lavoro, nei quartieri, nelle iniziative&#8230; – e in quelle che sorgono spontaneamente e improvvisamente da una scintilla qualsiasi, ma mai inaspettatamente, perché sappiamo bene che <strong>non c&#8217;è pace sociale senza giustizia</strong> e la giustizia (né sociale, né giuridica, né politica) non esiste sotto il capitalismo. Dobbiamo <strong>essere sempre pronti, come comunisti, con la nostra organizzazione</strong>, a partecipare nelle lotte e nelle rivolte per contribuire fattivamente a che vengano dirette verso ciò che le fa <strong>diventare rivoluzioni</strong>, chiarendo che il vero nemico non è, o non è solo, il poliziotto violento, o il negozio pieno di roba sempre più inaccessibile, o il tale politicante arrogante: ma è il sistema al servizio del quale sono tutti questi elementi, il sistema capitalista e i suoi <strong>centri di potere che vanno conosciuti e combattuti scientificamente</strong>, non con l&#8217;espressione estemporanea di rabbia violenta ma come ci insegnano i nostri migliori compagni di sempre – da seguire non mitizzandoli ma applicando i loro insegnamenti all&#8217;oggi e al domani – e contrapponendo allo stato di cose presente dei <strong>pezzi di alternativa di società, pezzi di socialismo</strong> da costruire nelle piccole e le grandi cose.</p>
<p style="text-align: center;">- – &#8211; – 0 – &#8211; – -<br />
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</strong></p>
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		<title>3208 Beni Comuni: Battaglia politica cruciale del XXI secolo</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 17:32:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>perla</dc:creator>
				<category><![CDATA[Beni Comuni]]></category>
		<category><![CDATA[Capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[CheFare?]]></category>
		<category><![CDATA[Lotte]]></category>
		<category><![CDATA[nr.32]]></category>

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		<description><![CDATA[  di Perla Conoscenza La presa di coscienza dell’esistenza dei beni comuni, beni la cui gestione e il diritto di uso deve essere comune, può attivare un percorso di liberazione dalla legge del profitto. L’esistenza dei beni comuni è stata a lungo negata dagli economisti neoliberali. Oggi, diventato impossibile negarne l’esistenza, si tenta di ridurli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a class="post_image_link" href="http://aurorainrete.org/wp/archives/1865" title="Permanent link to 3208 Beni Comuni: Battaglia politica cruciale del XXI secolo"><img class="post_image alignright" src="http://www.aurorainrete.org/num32/icone/08.gif" width="178" height="237" alt="Post image for 3208 Beni Comuni: Battaglia politica cruciale del XXI secolo" /></a>
</p><p style="text-align: right;"><em>  di Perla Conoscenza</em></p>
<p>La presa di coscienza dell’esistenza dei beni comuni, beni la cui gestione e il diritto di uso deve essere comune, può attivare un percorso di liberazione dalla legge del profitto.<br />
L’esistenza dei beni comuni è stata a lungo negata dagli economisti neoliberali.<br />
Oggi, diventato impossibile negarne l’esistenza, si tenta di ridurli a casi eccezionali e di circoscriverli al minimo per continuare a saccheggiare quei beni il cui status di beni comuni continua ad essere negato. Infatti, lo status di bene comune non è caratteristica intrinseca del bene, ma è determinata storicamente dai rapporti di produzione e dai rapporti di forze (in particolare dalla forza di farli percepire come tali lacerando la cortina stesa dall’ideologia dominante). In altre parole dipende dalla forza delle lotte<a title="" href="#_ftn1">[1]</a>.<span id="more-1865"></span></p>
<p>Lotte che &#8211; auspicabilmente &#8211; si sviluppano seguendo un percorso evolutivo:</p>
<ol>
<li>inizialmente vi è una reazione e una volontà di difesa dell’ambiente e di riconquista di diritti e spazi pubblici democratici;</li>
<li>successivamente, grazie un lavoro di partecipativo di riflessione e di analisi collettiva, si ha una presa di coscienza e si individuano quali siano i beni comuni da rivendicare;</li>
<li>infine si rivendica e conquista l’autogoverno dei beni comuni, creando gradualmente uno spazio del “comune”, la cui gestione sia comune e il cui utilizzo non sia soggetto alla legge del profitto. Queste pratiche (locali e globali), insieme alla loro diffusione, possono diventare un momento costituente di politiche e di modelli economici alternativi, scardinando il dualismo proprietà privata &#8211; proprietà pubblica.</li>
</ol>
<p><strong>Il saccheggio</strong></p>
<p>Il capitalismo maturo del XXI secolo, in profonda crisi, mette in opera tutti gli strumenti al fine di estrarre maggior plusvalore possibile. Da una parte incrementa lo sfruttamento nella produzione materiale, con il taglio dai salari diretti, indiretti (servizi) e differiti (pensioni), taglio dei diritti, delocalizzazioni e precarizzazioni; dall’altra dispiega completamente i processi di globalizzazione e di mercificazione e punta su attività dove può ottenere la maggiore valorizzazione e accumulazione del capitale; in particolare i processi di finanziarizzazione e di espropriazione e sfruttamento del «comune».<br />
Insieme alla speculazione finanziaria, il terreno dei «beni comuni» è oggi il principale luogo dove si dispiegano i processi di valorizzazione e accumulazione del capitale. In particolare con lo sfruttamento dell’ambiente e con le attività di produzione immateriale legate alla conoscenza, dove un pugno di oligopolisti globali possono estrarre immenso valore dalle informazioni e dal lavoro estratto dal lavoro di enormi masse di utenti. Con il pretesto di un «rigore di bilancio» si  saccheggiano quei «beni» non declinabili in termini di proprietà privata, dall’istruzione all’acqua, dalla salute alle pensioni, per trasformarli in generatori di rendite finanziarie.</p>
<p>Ma il terreno dell’espropriazione e del saccheggio a fini di profitto privato dei servizi pubblici e dei beni comuni è anche il terreno dove questa espropriazione e sfruttamento mostra le sue contraddizioni e diseguaglianze.<br />
Sulla difesa dei beni comuni assistiamo a battaglie di massa: dalla lotta per l’acqua, all’università e alla scuola pubblica; da quella per l’informazione critica a quelle contro lo scempio e il consumo del territorio; dalla lotta contro la privatizzazione della rete internet a quella contro l’esproprio delle informazioni generate dagli utenti. Da queste lotte stanno sorgendo i primi tentativi di resistenza radicale ad un capitalismo di rapina globale; in particolare al suo assunto che pretende “naturale e efficiente” privatizzare ogni risorsa e assegnarla in proprietà privata. Questo paradigma liberista fino a poco fa era stato invece introiettato e assorbito senza alcuna critica, permettendo una graduale privatizzazione di tutti i beni comuni, sia materiali (quali l’acqua, le risorse naturali, il territorio, …) che immateriali (informazione, saperi, conoscenza, scuola, cultura, scoperte scientifiche).</p>
<p><strong>La Commissione Rodotà</strong></p>
<p>Solo a partire dal 2007 abbiamo assistito all’intervento riformista illuminato della Commissione Rodotà, incaricata di ridefinire un quadro normativo dei beni. La Commissione si è sempre riferita allo spirito della Costituzione Repubblicana. Ha superato il dualismo fra bene pubblico &#8211; bene privato con l’introduzione dei beni comuni; ha preconizzato le tendenze economiche e politiche del saccheggio dei beni comuni alle quali stiamo assistendo.</p>
<p>Le conclusioni della Commissione citano:<em> “</em><em>i cambiamenti tecnologici ed economici verificatisi fra il 1942 ed oggi hanno reso obsoleta la parte del Codice Civile relativa ai beni pubblici”, “importanti tipologie di beni sono assenti. Tale assenza ad oggi non è più giustificabile. In primo luogo i beni immateriali, sono divenuti oggi nozione chiave per ogni avanzata economia”, “Altre tipologie di beni pubblici sono profondamente cambiate negli anni: si pensi ai beni necessari a svolgere servizi pubblici, come le c.d. “reti”, sempre più variabili, articolate e complesse. I beni finanziari, tradizionalmente obliterati”, “Inoltre le risorse naturali, come le acque, l’aria respirabile, le foreste, i ghiacciai, la fauna e la flora tutelata, che stanno attraversando una drammatica fase di progressiva scarsità”, “la gestione del patrimonio pubblico, anche a causa delle difficoltà … in cui si trovano gran parte dei bilanci pubblici europei, richiede, … la garanzia che il governo pro tempore non ceda alla tentazione di vendere beni del patrimonio pubblico, per ragioni diverse da quelle strutturali o strategiche, &#8230; ma per finanziare spese correnti.”</em></p>
<p>Con grande acutezza, la Commissione Rodotà per definire quali i beni vadano definiti come beni comuni, è partita dal loro valore d’uso: <em>“L’analisi della rilevanza economica e sociale dei beni individua i beni medesimi come oggetti, materiali o immateriali, che esprimono diversi </em>«<em>fasci di utilità</em>»<em>. Di qui la scelta della Commissione di classificare i beni in base alle utilità prodotte” “Si è prevista, anzitutto, una nuova fondamentale categoria, quella dei beni comuni, che non rientrano stricto sensu nella specie dei beni pubblici, poiché sono a titolarità diffusa”. “Ne fanno parte, essenzialmente, le risorse naturali, come i fiumi, i torrenti, i laghi e le altre acque; l’ aria; i parchi, le foreste…”. “Vi rientrano, altresì, i beni archeologici, culturali, ambientali.” </em><em>”i quali, a prescindere dalla loro appartenenza pu</em><em>b</em><em>blica o privata, esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali e al libero sviluppo delle persone e dei quali, perciò, la legge deve garantire in ogni caso la fruizione collettiva, diretta e da parte di tutti, anche in favore delle generazioni future”.</em></p>
<p>La Commissione ha preso atto dell’esistenza dei beni comuni immateriali: <em>“</em><em>le concessioni sullo spettro delle frequenze; ed anche di una serie di beni finanziari (crediti pubblici, partecipazioni) ed immateriali (marchi, brevetti, opere dell’ingegno, informazioni pubbliche, e altri diritti) su cui sembrava necessario agire attraverso una riforma generale del regime proprietario di riferimento”.</em></p>
<p><em>Infine identifica esplicitamente il carattere alternativo rispetto ad una logica esclusivamente di mercato:<br />
“Non siamo di fronte ad una questione marginale o settoriale, ma ad una diversa idea della politica e delle sue forme, capace non solo di dare voce alle persone, ma di costruire soggettività politiche, di redistribuire poteri. È un tema “costituzionale”, almeno per tutti quelli che, volgendo lo sguardo sul mondo, colgono l’insostenibilità crescente degli assetti ciecamente affidati alla legge “naturale” dei mercati.”</em> (Stefano Rodotà)<a title="" href="#_ftn2">[2]</a>.</p>
<p>La Commissione in particolare propone:</p>
<ol>
<li><em></em><em>“La revisione [della legislazione] al fine di includervi, come beni, anche le cose immateriali”;</em></li>
<li><em></em><em>“La distinzione dei beni in beni comuni, pubblici e privati”;</em></li>
<li><em></em><em>“La previsione della categoria dei beni comuni, cioè delle cose che esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali nonché al libero sviluppo della persona”</em> (che completerei con: <em>“o di interesse generale economico e sociale”</em>).<em></em></li>
</ol>
<p>Le conclusioni, rivoluzionarie per quei tempi, passano inosservate, e il governo successivo – con il ritorno di Berlusconi &#8211; insabbia la proposta.</p>
<p><strong>Le battaglie per l’acqua come bene comune e la difesa dei servizi pubblici.</strong></p>
<p>Solo a distanza di anni, a partire dall’acqua (bene comune per eccellenza) e dalla difesa dei servizi pubblici, il concetto di bene comune, nella accezione della Commissione Rodotà, diventa senso comune e si trasforma in una rivendicazione che acquisisce sempre più peso e sostanza. Su questa base si riescono a raccogliere un milione di firme che permettono di indire il referendum. Nel giugno 2011, 26 milioni di cittadini votano per affermare l’acqua come bene comune e per una sua gestione partecipativa e senza logiche di profitto.</p>
<p>Dopo la vittoria referendaria, si avviano pratiche locali di gestione dei beni comuni come la costituzione di «Acqua Bene Comune a Napoli», in sostituzione della vecchia S.p.A. che gestiva le risorse idriche. Vedendo le battaglie per l’acqua e l’ambiente (nate autonomamente dai partiti) la classe politica comprende che la terminologia dei beni comuni può formare la base fondamentale per riguadagnare credibilità; per presentare una modello che abbia elementi che vadano oltre la  proprietà pubblica o privata e che superino il rapporto esclusivo tra proprietario e bene, per formare un nuovo modello partecipato di gestione dei beni comuni.</p>
<p>Intorno a questi temi comincia a ricoagularsi un polo di sinistra. A gennaio si convoca il «Forum dei comuni per i beni comuni» dove si incontrano amministratori di sinistra e movimenti. Partecipano tutti i partiti del centro-sinistra: la Federazione della Sinistra, SEL, IdV e perfino una parte del PD<strong>.</strong></p>
<p>Sulla spinta del successo del referendum, si lancia una raccolta di firme a livello europeo per richiedere una carta  Europea dei beni comuni (European Citizen&#8217;s Initiative for a European Charter of the Commons) sfruttando il nuovo strumento legislativo (European Citizen&#8217;s Initiative). Questo strumento permette unicamente di postulare alla Commissione Europea di proporre una direttiva (i cui contenuti definisce autonomamente) la quale seguirebbe il processo legislativo ordinario (quindi passando dal Parlamento Europeo).</p>
<p>L’elaborazione dei principi-base e di un sistema normativo, da sostenere successivamente nei confronti di Commissione e Parlamento, potrebbero risultare da un lavoro collettivo di dibattito e approfondimento (da svolgersi durante la raccolta delle firme, e durante le successive battaglie verso il Parlamento Europeo), con il pieno coinvolgimento dei movimenti e delle comunità.</p>
<p>Anche se i rapporti di forza oggi sono sfavorevoli e probabilmente non si adotterà una legge in favore dei beni comuni, questa iniziativa permetterebbe di promuovere due-tre anni di profondo dibattito e di dure battaglie le quali, se collettive, contribuirebbero a una presa di coscienza di massa in Europa.</p>
<p>Presa di coscienza, che – secondo il promotore della campagna – <em>“in particolare permette di cominciare a riflettere che oltre ai due modelli, ovvero «quello dello Stato sovrano e quello della proprietà privata», che operano di concerto nel garantire la continuità dell’accumulazione del capitale, vi è il comune, caratterizzato al contrario dal libero accesso al suo godimento evitando così di consegnare i «beni» così censiti alla logica, «sempre in agguato, della mercificazione»”.</em></p>
<p><strong>Vecchie e nuove recinzioni. La conoscenza come bene comune</strong></p>
<p>Le battaglie per i beni comuni cominciano solo ora a includere l’aspetto digitale e cognitivo, punto cruciale per l’accumulazione del XXI secolo. Sappiamo che l’industrializzazione legata alla nascente industria tessile impose la recinzione delle terre fino ad allora comuni, e la loro trasformazione in pascoli.<br />
Tali recinzioni furono veri e propri atti di rapina istituzionalizzata nei confronti di intere popolazioni, che si trovarono improvvisamente impoverite, a causa dell’esproprio delle risorse comuni utilizzate per secoli. Oggi gli stessi processi di recinzione e di esproprio si verificano nel settore dell’economia cognitiva, con la valorizzazione di conoscenza e saperi, con la riduzione a merce dei dati generati dagli utenti e delle loro relazioni sociali.</p>
<p>Questi beni cognitivi, o <em>«digital commons»,</em> sono cruciali per lo sviluppo dell’economia e della società del XXI secolo e sono oggi il motore essenziale del “capitalismo cognitivo”. Dobbiamo quindi identificare,  proteggere e rendere fruibili questi beni, prima che l’operazione di recinzione e appropriazione sia conclusa. Operazione che avviene tramite la legislazione, ma prima ancora facendo accettare come naturale la loro assegnazione come proprietà e le limitazioni al loro uso, limitazioni che hanno l’unica ragion d’essere nella necessità di uno sfruttamento da parte del mercato a danno di un uso generale. Le questioni relative all’importanza, all’utilizzo (non necessariamente alla proprietà) e alla gestione dei beni comuni digitali, quali la conoscenza o i dati personali (individuali o aggregati) sono complesse e spesso sfuggono alla comprensione generale<a title="" href="#_ftn3">[3]</a>. “<em>Nell’economia del XXI secolo, il processo di creazione e accumulazione di valore ha origine nella struttura reticolare, network, che è rappresentata dall’insieme di flussi e relazioni che generano una cooperazione sociale, senza la quale non avrebbe luogo il processo produttivo e di valorizzazione. Nel capitalismo cognitivo non esiste quindi una produttività individuale, ma piuttosto una produttività collettiva o sociale (intelligenza collettiva). Ne consegue che la dicotomia individuale-collettivo perde qualsiasi rilevanza nel momento stesso in cui la produzione è intrinsecamente </em><em>produzione sociale fondata sul general intellect.</em>” [Fumagalli 2011]. <em>“</em><em>La tendenza alla crescita del capitale chiamato immateriale è strettamente legata allo sviluppo delle istituzioni e del salario socializzato e dei servizi collettivi del Welfare. In particolare sono i servizi di Welfare che hanno permesso il dispiegarsi dell’istruzione di massa e giocato un ruolo chiave nella formazione di una intellettualità diffusa o intelligenza collettiva: quest&#8217;ultimo rappresenta la parte più significativa dell’aumento del capitale chiamato intangibile o cognitivo; capitale cognitivo che è oggi l&#8217;elemento essenziale della crescita e la competitività di un territorio</em>”  [Vercellone 2011]. La conoscenza (il <em>general intellect</em> di Marx) diventa quindi, in una economia basata sulla conoscenza, la principale forza produttiva immediata, creata grazie al Welfare, ma poi estratta, privatizzata, recintata, aggregata e utilizzata per generare profitti privati. E’ questa logica di valorizzazione che va compresa e ri-socializzata con l’istituzione “del comune”.</p>
<p><strong>Testi di riferimento</strong></p>
<p>Come abbiamo visto, a questa rinnovata centralità del tema del comune è corrisposta una ricca discussione, sia all’interno del pensiero economico classico che all’interno del pensiero critico. Una discussione che ha portato all’ evolversi dei concetti, evidenziando con sempre maggiore chiarezza la sua inconciliabilità rispetto alle logiche di mercato e alla organizzazione sociale del capitalismo.</p>
<p>Da un lato il premio Nobel per l’economia a Elinor Ostrom per il suo libro “Governing the Commons”, (seguito da “Understanding Knowledge as a Commons”) ha marcato l’ingresso dei «beni comuni» anche nel mainstream accademico e scientifico, dall’altro Antonio Negri &amp; Michael Hardt con “<em>Comune. Oltre il privato e il pubblico</em>” ha definito <em>«il comune» </em>nell’ambito del capitalismo cognitivo e della produzione <em>«</em>biopolitica<em>»</em>.</p>
<div>
<p align="center"><span style="color: #800080;"><strong>PRINCIPALI RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI SUI BENI COMUNI</strong></span></p>
</div>
<div>
<p><span style="color: #800080;">Negri, Antonio &amp; Hardt, Michael; <em>Comune. Oltre il privato e il pubblico</em> (<em>Commonwealt</em>), Rizzoli, 2010, pp. 432</span></p>
<p><span style="color: #800080;">Negri, Antonio, <em>Inventare il comune degli uomini,</em> Derive Approdi, 11/2011 pp. 224 </span></p>
<p><span style="color: #800080;">Vercellone, Carlo, <em>Capitalismo Cognitivo, Conoscenza e finanza nell’epoca postfordista,</em> manifestolibri, 2006, pp.293</span></p>
<p><span style="color: #800080;">Fumagalli, Andrea, <em>“Bioeconomia e capitalismo cognitivo”</em>, Carocci, 2007, pp.228</span></p>
<p><span style="color: #800080;">Fumagalli, Andrea, <em>“L’analisi del processo bioeconomico di accumulazione, introduzione all’economia politica del postfordismo: dal capitalismo industriale al capitalismo cognitivo”</em>, dispense, Università di Lecce, 2011, pp.56</span></p>
<div align="center">
<hr align="center" size="2" width="100%" />
</div>
<p><span style="color: #800080;">Agrain, Philippe, “Cause commune, l’information entre bien commun et proprietè”, fayard, 2005, pp.270</span></p>
<p><span style="color: #800080;">Lucarelli, Alberto; <em>Beni Comuni, Dalla teoria all’azione politica</em>, Dissensi edizioni, 2011, pp. 416</span></p>
<p><span style="color: #800080;">Mattei, Ugo; <em>Beni comuni, Un manifesto</em>, Laterza, 09/2011, pp. 358.</span></p>
<p><span style="color: #800080;">Cacciari, Paolo (a cura di); <em>La società dei beni comuni &#8211; Una rassegna</em>, Ediesse, Roma, 01/2011, pp. 192.</span></p>
<p><span style="color: #800080;">Ricoveri, Giovanna; <em>Beni Comuni vs. Merci</em>, Jaca Book, 01/2010, pp. 120.</span></p>
<div align="center">
<hr align="center" size="2" width="100%" />
</div>
<p><span style="color: #800080;">Hess, Carlotte &amp; Ostrom Elinor; <em>Understanding Knowledge as a Commons, From Theory to Practice,</em> MIT press, 2006, pp. 381</span></p>
<p><span style="color: #800080;">Ostrom, Elinor, <em>Governing the Commons: The Evolution of Institutions for Collective Action,</em> Cambridge University Press, 1990, pp.280</span></p>
<p><span style="color: #800080;">Hardin, Garrett, <em>The tragedy of the commons</em>, Science, #162, 1968, p. 1243-1248 .</span></p>
<div align="center">
<hr align="center" size="2" width="100%" />
</div>
<p>vedi anche gli articoli (premonitori) su &#8220;Conoscenza Bene Comune&#8221;  su questa rivista e questo blog<br />
3020 <a href="http://www.aurorainrete.org/num30/A3020.pdf">Felici e Sfruttati, un saggio di Carlo Formenti</a> [ <a href="http://aurorainrete.org/wp/archives/1597">blog</a> ]<br />
2811  <a href="http://www.aurorainrete.org/num28/A2811.pdf">Addio net neutrality e internet distribuita</a> [ <a href="http://aurorainrete.org/wp/archives/1468">blog</a> ]<br />
2712  <a href="http://www.aurorainrete.org/num27/A2712.pdf%20">All’orizzonte le nuvole dell’Internet del futuro</a> [ <a href="http://aurorainrete.org/wp/archives/1390">blog</a> ]<br />
2403  <a href="http://www.aurorainrete.org/num24/A2403.pdf%20">Dal lavoro alle rendite: forme di estrazione del valore e di accumulazione nel secolo del capitalismo cognitivo</a> [ <a href="http://aurorainrete.org/wp/archives/928">blog</a> ]<br />
2013  <a href="http://www.aurorainrete.org/num20/A2013.pdf">La violenza del capitalismo finanziario</a> [ <a href="http://aurorainrete.org/wp/archives/501">blog</a> ]<br />
1914  <a href="http://www.aurorainrete.org/num19/A1914.pdf">Conoscenza Bene Comune</a> [ <a href="http://aurorainrete.org/wp/archives/417">blog</a> ]<br />
1822  <a href="http://www.aurorainrete.org/num18/22-23.pdf%20">Europa 2020 e ACTA: all’assalto al bene comune conoscenza. Prendere coscienza e organizzare la resistenza</a> [ <a href="http://aurorainrete.org/wp/1822">blog</a> ]<br />
0604  <a href="http://www.aurorainrete.org/num06/4-5.pdf">Conoscenza e Reti nel XXI secolo, da strumenti di emancipazione e cooperazione a mezzi di produzione</a><br />
e sul blog <a href="http://aurorainrete.org/wp/?s=ACTA">http://aurorainrete.org/wp/?s=ACTA</a></p>
</div>
<div>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref">[1]</a> Un chiaro esempio è fornito dai decreti del governo Monti, al quale la troika ha richiesto con le privatizzazioni di far ricadere ogni risorsa naturale, ogni bene comune, ogni servizio pubblico sotto l’ambito del profitto privato. La vittoria del referendum sull’acqua ha evitato che l’acqua ricadesse nell’ambito delle privatizzazioni; la reazione ambientalista ha evitato che la salvaguardia della coste marine fosse ulteriormente ridotta a favore della trivellazione petrolifera.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref">[2]</a> Vedi anche il recente intervento <a href="http://www.teatrovalleoccupato.it/il-valore-dei-beni-comuni-di-stefano-rodota">http://www.teatrovalleoccupato.it/il-valore-dei-beni-comuni-di-stefano-rodota</a></p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref">[3]</a> Al contrario, alle istituzioni sono ben chiari: il  27/1/2011, la commissaria V.Reding  presentando la proposta di direttiva sulle regole per la protezione dei dati ha esordito affermando che “Oggi, i dati personali sono diventati uno dei beni di maggior valore delle società. I dati sono la moneta dell’economia digitale”</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.aurorainrete.org/A32/foto/a3209.gif"><img class="aligncenter" src="http://www.aurorainrete.org/A32/foto/a3209i.jpg" alt="" width="520" height="519" /></a></p>
<p style="text-align: center;">- – &#8211; – 0 – &#8211; – -<br />
[<a href="http://www.aurorainrete.org/num32/A3208.pdf">Scarica questo articolo in pdf</a>]<br />
[<a href="http://www.aurorainrete.org/num32/Aurora32-completa.pdf">Scarica il numero completo di Aurora 32 in pdf</a>]<br />
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		</item>
		<item>
		<title>3206 Il pubblico impiego verso lo sciopero generale</title>
		<link>http://aurorainrete.org/wp/archives/1861</link>
		<comments>http://aurorainrete.org/wp/archives/1861#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 17:20:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rossimone77</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[nr.32]]></category>
		<category><![CDATA[Sindacato]]></category>
		<category><![CDATA[UK]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://aurorainrete.org/wp/?p=1861</guid>
		<description><![CDATA[ di Simone Rossi LONDRA – A fine novembre, per la quarta volta in meno di un anno l&#8217;Esecutivo del Regno Unito, sostenuto da una maggioranza parlamentare liberal-conservatrice, assisterà ad una mobilitazione contro le politiche di riduzione della spesa pubblica e di privatizzazione dei servizi pubblici. Dopo le manifestazioni studentesche del dicembre 2010, l&#8217;imponente corteo sindacale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a class="post_image_link" href="http://aurorainrete.org/wp/archives/1861" title="Permanent link to 3206 Il pubblico impiego verso lo sciopero generale"><img class="post_image alignright" src="http://www.aurorainrete.org/num32/icone/06.gif" width="173" height="241" alt="Post image for 3206 Il pubblico impiego verso lo sciopero generale" /></a>
</p><p style="text-align: right;"><em> di Simone Rossi</em></p>
<p><span style="color: #0000ff;">LONDRA –</span> A fine novembre, per la quarta volta in meno di un anno l&#8217;Esecutivo del Regno Unito, sostenuto da una maggioranza parlamentare liberal-conservatrice, assisterà ad una mobilitazione contro le politiche di riduzione della spesa pubblica e di privatizzazione dei servizi pubblici. Dopo le manifestazioni studentesche del dicembre 2010, l&#8217;imponente corteo sindacale del 26 marzo e lo sciopero di 750mila dipendenti pubblici in giugno, le sigle sindacali del pubblico impiego stanno organizzando uno sciopero generale per spingere il Governo a rivedere la propria proposta di riforma della previdenza ed un cambiamento delle condizioni contrattuali per i dipendenti della pubblica amministrazione. La data prevista<span id="more-1861"></span> è il 30 novembre. All&#8217;inizio del mese, quando non ancora tutti i sindacati di categoria avevano consultato gli iscritti sull&#8217;opportunità o meno dello sciopero, si stimava una adesione intorno ai tre milioni di lavoratori, pari a circa la metà della forza lavoro nel settore pubblico. Nel caso le stime fossero confermate, si tratterebbe dell&#8217;azione collettiva dei lavoratori più imponente dagli anni &#8217;80, quando i sindacati subirono il pesante attacco del Governo dei Conservatori di M. Thatcher.</p>
<p>Le contrattazioni tra il Governo ed i rappresentanti del lavoratori sulla riforma previdenziale proseguono dal mese di febbraio, senza che le parti siano riuscite a raggiungere un accordo. Il nodo più controverso riguarda l&#8217;indicizzazione dei contributi a carico dei lavoratori, passando dal RPI (<em>Retail Price Index</em>) al CPI (<em>Consumer Price Index</em>); pur essendo entrambi indici di rilevazione dell&#8217;inflazione, il CPI non include voci come, ad esempio, gli affitti o le rate dei mutui, pertanto il calcolo dell&#8217;inflazione tramite questo indice risulta generalmente inferiore rispetto a quello del RPI.  Conseguentemente il passaggio dal CPI al RPI comporterà un adeguamento delle pensioni al ribasso sull&#8217;inflazione. Già con il sistema attuale in vigore le pensioni mediamente superano di poco le 100 sterline alla settimana, un valore che pone gettando molti anziani al di sotto della soglia di povertà. Attualmente circa 2,5 milioni di pensionati si trovano in questa situazione, pari ad un quarto del totale. Un ulteriore effetto della riforma previdenziale sarà un innalzamento dell&#8217;età del pensionamento dagli attuali 65 ai 68 anni nel corso di tre decenni; senza contare che l&#8217;inadeguatezza delle pensioni spinge molti lavoratori a rimanete attivi oltre il 65° anno d&#8217;età, per mantenere un livello di vita decente. Infine, sulla base delle valutazioni effettuate dai sindacati, i lavoratori perderanno mediamente 16mila sterline a causa della modifica alle modalità di indicizzazione; saranno soprattutto i lavoratori a reddito medio-basso a subire gli effetti della riforma.</p>
<p>Secondo l&#8217;Esecutivo le modifiche sono rese necessarie dal progressivo incremento dei costi previdenziali e dalla necessità di contenere la spesa pubblica; i sindacati, per contro, evidenziano come lo Stato britannico spenda per le pensioni una quota del PIL inferiore a quella registrata nelle economie avanzate dell&#8217;Europa e sottolineano che l&#8217;attuazione della riforma varata nel 2007 in seguito ad un accordo con il Governo a guida laburista produrrà un significativo ridimensionamento degli oneri previdenziali a carico dello Stato. Quest&#8217;ultimo dato sembra esser confermato dall&#8217;esito dell&#8217;indagine della commissione parlamentare guidata da Lord Hutton, secondo cui l&#8217;incidenza della previdenza del pubblico impiego diminuirà dall&#8217;attuale 1,9% sul Prodotto Interno Lordo a circa 1,4% entro gli anni 2040.</p>
<p>Il buon esito dello sciopero sarà importante non solamente per evitare l&#8217;ennesima macelleria sociale a scapito dei dipendenti pubblici, ancora una volta dipinti come privilegiati; esso potrebbe rappresentare un punto di svolta dopo trent&#8217;anni di politiche neoliberiste che hanno già privato i lavoratori del settore privato di una previdenza statale degna e li ha spinti nella previdenza privata, uno degli strumenti con cui gli operatori della finanza hanno drenato risorse dalle tasche dei cittadini e dall&#8217;economia reale per alimentare il sistema della speculazione che è alla base dell&#8217;attuale crisi.</p>
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		<title>3205 Perche&#8217; le (nostre) bandiere danno cosi fastidio</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 17:05:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Belgio]]></category>
		<category><![CDATA[Comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[Lotte]]></category>
		<category><![CDATA[nr.32]]></category>
		<category><![CDATA[Partito]]></category>

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		<description><![CDATA[I comunisti italiani di Bruxelles alla manifestazione del 15 ottobre 2011 di Andrea Albertazzi  BRUXELLES - La diffidenza rispetto ai partiti politici “tradizionali” o ai partiti tout-court non si osserva soltanto nella diffusa antipolitica italiana. Lo abbiamo potuto verificare nella manifestazione degli “indignati” del 15 ottobre a Bruxelles, alla quale abbiamo partecipato con le nostre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a class="post_image_link" href="http://aurorainrete.org/wp/archives/1850" title="Permanent link to 3205 Perche&#8217; le (nostre) bandiere danno cosi fastidio"><img class="post_image alignright" src="http://www.aurorainrete.org/num32/icone/05.gif  " width="168" height="237" alt="Post image for 3205 Perche&#8217; le (nostre) bandiere danno cosi fastidio" /></a>
</p><p style="text-align: center;"><strong>I comunisti italiani di Bruxelles alla manifestazione del 15 ottobre 2011</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>di Andrea Albertazzi </em></p>
<p><span style="color: #0000ff;">BRUXELLES </span><strong><span style="color: #0000ff;">-</span> La diffidenza rispetto ai partiti politici “tradizionali”</strong> o ai partiti <em>tout-court </em>non si osserva soltanto nella diffusa <em>antipolitica</em> italiana. Lo abbiamo potuto verificare nella manifestazione degli “<em>indignati</em>” del 15 ottobre a Bruxelles, alla quale abbiamo partecipato con le nostre bandiere e in più occasioni ci è stato chiesto – in modo più o meno educato – di non mostrarle; come anche ai militanti dei partiti della sinistra belga e francese anch&#8217;essi alla manifestazione. Ci è stato detto che con le nostre bandiere non portavamo rispetto al movimento degli indignati o – paradossalmente – che non si trattava di una manifestazione “politica” (<em>sic!</em>). Questo ostracismo che viene fatto sempre più spesso nei confronti delle bandiere di partito (e in particolare verso le bandiere comuniste) dai cosiddetti “movimenti” deve farci riflettere<span id="more-1850"></span> in modo non superficiale.</p>
<p><strong>Si è affermato, in tempi recenti, un orientamento</strong> volto ad escludere sempre più frequentemente le bandiere di partito dalle manifestazioni in modo quasi automatico, senza una discussione preliminare, specialmente nelle occasioni che raccolgono le forze che si collocano – per usare una semplificazione – a sinistra del Pd. Questo per evitare di creare contrasti o negare la possibilità di misurare la presenza e la visibilità delle varie forze politiche. In alcuni casi è bene ricordare che la diffidenza rispetto alle bandiere non è soltanto nei confronti dei partiti, ma anche dei sindacati. Nella manifestazione del 15 ottobre a Roma si è raggiunto un accordo e ci sono stati spezzoni di corteo ben contrassegnati da bandiere di partito (come quello della Federazione della Sinistra) e di sindacato (la FIOM).</p>
<p><strong>L&#8217;impressione è che si voglia fare di tutta l&#8217;erba un fascio</strong> e considerare tutti i partiti alla stessa stregua: inutili, corrotti e venduti. Rispetto, ad esempio, alle parole d&#8217;ordine della mobilitazione degli indignati questo non è affatto vero: i partiti comunisti, pur con gli errori di certe scelte tattiche, hanno sempre sostenuto e sostengono che il capitalismo produce ingiustizie e ineguaglianze, spesso in solitudine e in forte controcorrente al pensiero dominante, anche di qualcuno che oggi si dice &#8220;indignato&#8221; e che fino a ieri vivacchiava beatamente nell&#8217;appoggio ai soliti partiti di destracentrosinistra o persino nell&#8217;indifferenza e nello scherno di chi, invece, si impegna da sempre perché le cose cambino.</p>
<p><strong>I comunisti, quindi, hanno il sacrosanto diritto di partecipare come tali</strong> ad una manifestazione che, finalmente, raccoglie centinaia di migliaia di persone che fanno proprie quelle critiche al capitalismo. Questo, ovviamente, senza voler “mettere il cappello” su una manifestazione organizzata da altri; ma senza neanche accettare minimamente alcun <em>diktat </em>da parte di nessuno. Non si può infatti negare il diritto ai militanti di un partito comunista di scendere in piazza con le proprie bandiere, quando poi magari quello stesso partito ha organizzato pullman da tutta Italia – senza ovviamente controllare se i passeggeri erano “tesserati” – per far partecipare il massimo numero di persone alla manifestazione. Così come non si può pensare di realizzare un servizio d&#8217;ordine utile ad evitare esiti come quello di Roma ed isolare i provocatori, senza essere organizzati. Non a caso lo spezzone con il servizio d&#8217;ordine più efficiente era quello della FIOM.</p>
<p><strong>C&#8217;è un altro elemento che si può percepire</strong> nell&#8217;atteggiamento che alcuni gruppi hanno nei confronti dei partiti: si giudicano gli stessi – a prescindere dalla collocazione politica – come apparati burocratici che, se gli fosse dato troppo spazio, andrebbero a compromettere lo spontaneismo e l&#8217;<em>appeal</em> stesso dei movimenti. Ma l&#8217;esperienza insegna che, senza una concreta organizzazione, le persone che si impegnano nei movimenti possono disperdersi tanto facilmente quanto si sono radunate e la mobilitazione ha lo spazio di un mattino. Senza un&#8217;organizzazione che sappia dare una coerenza e una continuità alle battaglie e alle lotte si rischia di non cambiare nulla, e il movimento non progredisce e non ha risultati politici e sociali rilevanti.</p>
<p><strong>Il rifiuto dei partiti come rifiuto dell&#8217;organizzazione fa parte di una logica che come comunisti dobbiamo respingere.</strong> Noi comunisti concepiamo il partito come l&#8217;elemento soggettivo indispensabile alla lotta di classe per il superamento del capitalismo e il rapporto dialettico con i movimenti non deve essere né di subordinazione, né di autoscioglimento negli stessi.</p>
<p><a href="http://aurorainrete.org/wp/archives/1850/a3205i-2" rel="attachment wp-att-1857"><img class="aligncenter size-full wp-image-1857" title="a3205i" src="http://aurorainrete.org/wp/wp-content/uploads/2012/02/a3205i.gif" alt="Il circolo di RC di Bxl alla manifestazione" width="500" height="333" /></a></p>
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		<title>3207 UK: Basta un Si, la riforma della legislazione pianificatoria</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 16:50:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rossimone77</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[nr.32]]></category>
		<category><![CDATA[UK]]></category>

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		<description><![CDATA[di Simone Rossi LONDRA - Il periodico The New Statesman, nel numero uscito l&#8217;8 settembre 2011, ha aperto con il titolo &#8220;Cameron contro le campagne&#8221;, riferendosi alla disputa che per la prima volta potrebbe opporre il partito attualmente al governo alle comunità rurali, storicamente schierate verso il centro-destra. Motivo di questa contrapposizione è la bozza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a class="post_image_link" href="http://aurorainrete.org/wp/archives/1844" title="Permanent link to 3207 UK: Basta un Si, la riforma della legislazione pianificatoria"><img class="post_image alignright" src="http://www.aurorainrete.org/num32/icone/07.gif" width="170" height="241" alt="Post image for 3207 UK: Basta un Si, la riforma della legislazione pianificatoria" /></a>
</p><p style="text-align: right;"><em>di Simone Rossi </em></p>
<p><span style="color: #0000ff;">LONDRA -</span> Il periodico <em>The New Statesman</em>, nel numero uscito l&#8217;8 settembre 2011, ha aperto con il titolo &#8220;Cameron contro le campagne&#8221;, riferendosi alla disputa che per la prima volta potrebbe opporre il partito attualmente al governo alle comunità rurali, storicamente schierate verso il centro-destra. Motivo di questa contrapposizione è la bozza di riforma della legislazione che regola l&#8217;attività pianificatoria, che l&#8217;Esecutivo ritiene necessaria per il rilancio dello sviluppo economico del Paese e per uscire dalla crisi economica iniziata nel 2008.</p>
<p>Uno dei pilastri della riforma è il &#8220;sì&#8221; automatico alle richieste di permesso per costruire, intendendo con ciò creare uno strumento per snellire le procedure e per sostenere la ripresa del settore edilizio, considerato essenziale nel quadro economico nazionale.<br />
All&#8217;atto pratico questa procedura implicherebbe che l&#8217;autorizzazione ad edificare sarebbe concessa in prima istanza; solo successivamente – in casi di controversie o di conflitto con gli strumenti pianificatori esistenti – gli enti locali avrebbero la possibilità di richiedere modifiche<span id="more-1844"></span> ai progetti presentati o opporre un diniego. Nei fatti il ruolo ed il potere di controllo delle amministrazioni locali sulla gestione e sulla pianificazione del territorio sarebbe ridotto, così come la possibilità dei cittadini di far valere la propria opinione, a favore di una presunta priorità dell&#8217;attività edificatoria, nascosta dietro il pretesto del rilancio dell&#8217;economia e della produzione di nuovi posti di lavoro.<br />
Quale sia l&#8217;idea di sviluppo dell&#8217;Esecutivo è ulteriormente esemplificato dal lancio di un programma di sostegno al settore edilizio tramite il sostegno alle famiglie ed agli investitori che desiderino acquistare un immobile, tramite agevolazioni e garanzie per l&#8217;accesso ai mutui bancari. Si tratta di una riproposizione dello stantio modello &#8220;credito e mattone&#8221;, fondamentalmente sterile, che ha posto le basi per lo scoppio dell&#8217;attuale crisi economica.</p>
<p>Concretamente l&#8217;Esecutivo, sempre incline a corteggiare imprenditori e speculatori – a prescindere da quale sia il partito al governo – si arrogherebbe il diritto di far prevalere gli interessi di pochi a svantaggio delle comunità locali ed a dispetto della presunta vocazione localistica della coalizione di governo. Senza contare che questa proposta di riforma è in netto contrasto con il principio della <em>Big Society</em>, la società civile che dovrebbe divenire protagonista della cosa pubblica e motore del decentramento amministrativo.</p>
<p>La risposta dei cittadini e di quella che comunemente si indica con il nome di «società civile» non si e fatta attendere. Infatti, la riforma sta incontrando un&#8217;accesa opposizione nelle contee e nelle cittadine rurali, che generalmente rappresentano lo zoccolo duro dell&#8217;elettorato conservatore. Tra i più forti oppositori della proposta spicca il <em>National Trust for Places of Historic Interest or Natural Beauty,</em> l&#8217;organizzazione nazionale per la tutela del patrimonio paesaggistico e storico del Regno Unito, equivalente al nostrano Fondo per l&#8217;Ambiente Italiano; essa conta poco meno di quattro milioni di aderenti ed è noto per aver assunto una collocazione politicamente moderata in passato, poco incline ad assumere posizioni nette nel dibattito politico.</p>
<p>Una delle obiezioni mosse dal <em>National Trust</em> è che l&#8217;approvazione della riforma metterebbe a rischio le ampie aree rurali che ancora oggi si trovano nel Paese, in particolare le fasce verdi mantenute attorno ai grandi centri urbani, denominate cinture verdi (<em>green belt</em>), sopravvissute ai decenni del boom economico e utili a controbilanciare la pressione sul territorio esercitata dagli insediamenti più densamente popolati. Per la propria collocazione, prossima alle città e delle arterie di comunicazione, queste fasce sono estremamente appetibili per la realizzazione di investimenti speculativi. Timori analoghi sono espressi dai comitati costituitisi nei centri urbani, dove i parchi e le aree verdi potrebbero esser colpite dalla nuova ondata edificatoria, specialmente nelle aree di maggior pregio.</p>
<p>A questa opposizione dal basso, tuttavia, manca una connotazione sociale che metta in dubbio il fondamento ideologico alla base della riforma stessa; infatti comitati e le organizzazioni sollevano l&#8217;obiezione per cui gli interventi di «rigenerazione» urbana dovrebbero innanzitutto interessare le aree industriali dismesse. A differenza di quanto visto per altre riforme poste in essere dal Governo, che tendenzialmente penalizzano e puniscono prevalentemente le fasce sociali orientate più a sinistra, l&#8217;Esecutivo potrebbe rivedere la propria posizione, come in parte ha già fatto, e ricorrere a più miti consigli per evitare lo scontro con la propria base elettorale. Molto probabilmente si tratterebbe di modifiche che smorzerebbero il malcontento nelle zone rurali conservatrici e lascerebbe la mano libera ai soliti noti nelle zone urbane abitate dai ceti medi e dal proletariato.</p>
<p>Il classico <em>divide et impera </em>che ha permesso la macelleria sociale negli ultimi trent&#8217;anni.</p>
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		<title>3210 Rifondazione a Congresso: Il dibattito nel PRC</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 16:41:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>mariog</dc:creator>
				<category><![CDATA[CheFare?]]></category>
		<category><![CDATA[Congresso]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[nr.32]]></category>
		<category><![CDATA[Partito]]></category>

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		<description><![CDATA[ di Mario Gabrielli L&#8217;VIII Congresso del Partito della Rifondazione Comunista è fissato a Napoli dal 2 al 4 dicembre 2011 e mentre scriviamo, si sta concludendo la fase dei congressi di Circolo e di Federazione, con la discussione e il voto sui tre Documenti Congressuali Nazionali, in tutta Italia come anche qui da noi in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a class="post_image_link" href="http://aurorainrete.org/wp/archives/1838" title="Permanent link to 3210 Rifondazione a Congresso: Il dibattito nel PRC"><img class="post_image alignright" src="http://www.aurorainrete.org/num32/icone/10.gif    " width="176" height="236" alt="Post image for 3210 Rifondazione a Congresso: Il dibattito nel PRC" /></a>
</p><p style="text-align: right;"><em> di Mario Gabrielli</em></p>
<p>L&#8217;VIII Congresso del Partito della Rifondazione Comunista è fissato a Napoli dal 2 al 4 dicembre 2011 e mentre scriviamo, si sta concludendo la fase dei congressi di Circolo e di Federazione, con la discussione e il voto sui tre Documenti Congressuali Nazionali, in tutta Italia come anche qui da noi in Europa. Non c&#8217;è molto da dire, sinceramente, sul contenuto di questi documenti in aggiunta a quanto già osservato da vari compagni nel dibattito precongressuale. Le analisi della situazione sono sostanzialmente coincidenti e condivisibili, come del resto è giusto che sia da parte di compagni comunisti pur con diverse &#8220;sensibilità&#8221;: la crisi del capitalismo che non è un&#8217;altra delle tante ma è proprio la crisi del sistema, forse persino la definitiva; la necessità e urgenza del superamento verso un nuovo modello di società (socialista?) prima che sia troppo tardi; e le anomalie e le necessità speciali del nostro paese Italia con i vent&#8217;anni di berlusconismo dopo il craxismo e l&#8217;andreottismo e tutto il resto. Le differenze, significative &#8211; e dirimenti &#8211; si riferiscono invece, inevitabilmente, al CHE FARE sulla base di tali analisi.<span id="more-1838"></span></p>
<p><strong>Il Documento 1 &#8220;di maggioranza&#8221;</strong></p>
<p>Il documento 1, quello &#8220;di maggioranza&#8221; &#8211; essendo stato sottoscritto dal 90% della dirigenza nazionale del Partito &#8211; parla ancora e di nuovo di &#8220;fronte democratico&#8221;, di &#8220;alleanza per cacciare Berlusconi&#8221; con i soliti della &#8220;sinistra&#8221; o presunta tale, come ennesimo marchingegno tattico per &#8220;rientrare in Parlamento&#8221;, in continuità con quanto si è fatto &#8211; come Rifondazione Comunista o in generale come Federazione della Sinistra &#8211; nelle tornate amministrative del 2010 e del 2011. Proposta, però, che si è vista clamorosamente smentita dalla realtà &#8211; se ancora ce ne fosse bisogno, dopo le esperienze dei governi nazionali di &#8220;centrosinistra&#8221; del 1996-2001 e del 2006-2008 che qualcuno continua a non voler ricordare e capire &#8211; dopo la nascita del governo Monti appoggiato pienamente dal &#8220;centrosinistra&#8221; di PD e IdV (con i voti in Parlamento) e di SEL (con l&#8217;attendismo benevolente e ambiguo di Vendola). E allora, questa &#8220;maggioranza&#8221; di Rifondazione Comunista ha ripiegato sulla nuova parola d&#8217;ordine del &#8220;<em>costruire da sinistra l&#8217;opposizione al governo Monti</em>&#8220;. Una proposta finalmente chiara e apprezzabile, che va contro non solo le destre (che non sono solo quelle di Berlusconi, anzi, quelle incarnate da Monti sono anche peggiori) ma anche contro quelle &#8220;sinistre&#8221; compiacenti e accomodanti. Di questo va certamente dato atto alla dirigenza del PRC, come pure del fatto che tale posizione è stata più pronta e netta di quella dell&#8217;altro Partito comunista dentro la Federazione della Sinistra, che ha invece parlato di una presunta &#8220;discontinuità positiva&#8221; e &#8220;apprezzato il livello professionale ed intellettuale dei ministri&#8221;. Ma resta, ancora una volta, l&#8217;idea e la realtà di dirigenti che navigano a vista, che sono molta tattica e poca o nulla strategia, che stabiliscono &#8220;la linea&#8221; sui titoli dei giornali e la cambiano con fin troppa disinvoltura e superficialità, centrando la loro azione politica su elettoralismi e istituzionalismi. Vedremo se questo ripensamento reggerà la prova, appunto, delle prossime convocazioni elettorali, nelle amministrative della primavera del 2012 e, prima o poi entro l&#8217;estate del 2013, nelle politiche. E non dimentichiamo, poi, che la correzione di rotta in corso d&#8217;opera non va ad incidere nelle dinamiche di voto dei documenti congressuali, con buona pace di chi ha sostenuto un documento che oggi si riconosce superato, almeno in parte, dagli stessi che l&#8217;hanno redatto e proposto agli iscritti.</p>
<p><strong>I Documenti 2 e 3 &#8220;di minoranza&#8221; o alternativa</strong></p>
<p>Gli altri due documenti congressuali nazionali &#8211; presentati rispettivamente, il 2º dalle aree di &#8220;FalceMartello&#8221; e &#8220;ControCorrente&#8221;, e il 3º da ciò che è rimasto dei gruppi che sostennero la Terza Mozione sull&#8217;unità dei comunisti nel precedente Congresso di Chianciano del 2008 &#8211; sono d&#8217;accordo invece nel respingere una volta per tutte le ipotesi di fronte, alleanza, accordo, o come si voglia chiamare, con il &#8220;centrosinistra&#8221;, proponendo di spingere per la costruzione e sviluppo di un vero e proprio Partito comunista di classe, alternativo di nome e di fatto al sistema capitalista e ai suoi sostenitori &#8220;di destra&#8221; e &#8220;di sinistra&#8221;. I due documenti &#8220;di minoranza&#8221; si differenziano tra loro per l&#8217;estensione e l&#8217;approfondimento analitico (meglio strutturato e lavorato nel tempo il 2º, mentre il 3º è stato preparato e presentato un po&#8217; all&#8217;ultimo momento, dopo il fallimento di ipotesi di emendamenti sostanziali al primo documento, o di documento alternativo unico) e per alcuni aspetti specifici, come la valutazione della situazione internazionale (le cosiddette &#8220;rivoluzioni arabe&#8221; e dintorni), la concezione del Partito e, soprattutto, la &#8220;questione comunista&#8221;, ovvero la necessità e l&#8217;urgenza della riunificazione dei diversi soggetti comunisti in un nuovo, grande e forte Partito Comunista. Ma, tutto sommato, queste differenze non sono così significative quanto il deciso carattere alternativo di entrambi i documenti rispetto a quello della dirigenza attuale di Rifondazione Comunista.</p>
<p><strong>I risultati in Italia e in Europa</strong></p>
<p>Su questi documenti sono stati chiamati ad esprimersi gli iscritti al Partito e i risultati sono praticamente già delineati, attribuendo all&#8217;incirca un 80% dei voti validi nei Congressi di Circolo al documento 1, il 15% al documento 2 e il 5% al documento 3. La vittoria della linea di maggioranza era abbastanza scontata, ma è significativo sottolineare che la sua entità è risultata abbastanza al di sotto di quella che si era espressa a livello dirigenziale; e anche il fatto che meno del 40% degli aventi diritto (gli iscritti del 2010 e del 2011) hanno effettivamente partecipato ai congressi ed esercitato il diritto di voto, abbastanza meno quindi della quota usuale di partecipazione nei congressi precedenti, gia di per sé bassa, intorno al 50%. Tutto questo dimostra, ancora una volta, come il perdersi in tatticismi e politicismi si paga, come sempre, con lo scollamento dalla realtà militante; e speriamo sinceramente che la dirigenza non si limiti a &#8220;festeggiare la grande vittoria&#8221; ma che ricordi che essa può molto facilmente trasformarsi in una vittoria di Pirro &#8211; come quella della dirigenza di Fausto Bertinotti nel congresso di Venezia del 2005 &#8211; se non si tiene conto dell&#8217;entità e delle istanze di chi ha votato contro, e di chi non ha votato proprio e si allontana sempre più o definitivamente dal Partito.</p>
<p>Anche le compagne e i compagni dei Circoli e delle Federazioni in Europa (Benelux, Germania e Svizzera) di Rifondazione Comunista hanno partecipato attivamente al Congresso, tra ottobre e novembre, discutendo e votando i documenti &#8211; in maggioranza per il Documento 1, ma con importanti risultati anche per gli altri due, in particolare in Belgio e nel Regno Unito, da sempre più attivi e combattivi &#8211; ed eleggendo i propri delegati (4 in totale) al Congresso Nazionale di Napoli. Come al solito, anche qui all&#8217;estero si ripercuotono i problemi generali del Partito, in particolare la scarsa partecipazione e lo smarrimento (se non rabbia) di fronte alle incertezze ed errori di linea politica, specialmente poi tenendo conto di quanto qui sosteniamo e applichiamo la linea dell&#8217;unità comunista nei fatti e quanto aborriamo i politicismi e i tatticismi. E non dimentichiamo che a questo aggiungiamo sempre le nostre storiche rivendicazioni di maggiore attenzione e appoggio da parte dei compagni in Italia, per poter davvero conoscere, riconoscere e valorizzare il nostro essere Italiani all&#8217;estero che vivono in realtà complesse e significative e che tanto contributo positivo potrebbero dare alla vita del Partito tutto. Ma è importante comunque aver partecipato al momento di discussione e riorganizzazione che porta sempre il congresso del Partito, internamente &#8211; sui documenti e sul rinnovamento degli organismi dirigenti a tutti i livelli territoriali &#8211; ed esternamente, nei confronti degli altri compagni comunisti italiani &#8211; anche loro parallelamente a congresso, e in continuo confronto dialettico con noi &#8211; e delle altre organizzazioni della sinistra comunista, anticapitalista e alternativa con le quali abbiamo relazioni nelle nostre realtà all&#8217;estero. Oltre che, naturalmente, con le diverse comunità italiane con le quali e per le quali siamo presenti e lavoriamo come comunisti.</p>
<p>Non ci resta ora che aspettare i risultati finali del congresso &#8211; con i report dai compagni là presenti &#8211; e gli sviluppi della situazione tra la fine di questo anno 2011 e l&#8217;inizio del prossimo 2012 che potrebbe vedere l&#8217;ulteriore aggravamento della crisi sistemica del capitalismo, la sua sempre più distruttiva reazione contro i popoli (tra strette di &#8220;austerità&#8221;, imperialismo e guerre) e l&#8217;irrompere sempre più urgente della necessità di pensiero e azione radicalmente alternativi.</p>
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		<title>3215 PdCI: La Federazione Europa e il IV Congresso</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 16:28:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>franz</dc:creator>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[nr.32]]></category>
		<category><![CDATA[Partito]]></category>

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		<description><![CDATA[La Federazione Europa La Federazione Europa del PdCI “via Rasella” è stata per dieci anni presente in una decina di Paesi europei. Nel tempo la base sociale del partito si è diversificata, come si è diversificato il fenomeno dell’emigrazione e la composizione sociale degli emigrati. All’emigrazione del passato, principalmente proletari in cerca di lavoro (quali [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a class="post_image_link" href="http://aurorainrete.org/wp/archives/1831" title="Permanent link to 3215 PdCI: La Federazione Europa e il IV Congresso"><img class="post_image alignright remove_bottom_margin" src="http://www.aurorainrete.org/num32/icone/15.gif" width="178" height="237" alt="Post image for 3215 PdCI: La Federazione Europa e il IV Congresso" /></a>
</p><p><strong>La Federazione Europa </strong></p>
<p>La Federazione Europa del PdCI “via Rasella” è stata per dieci anni presente in una decina di Paesi europei.</p>
<p>Nel tempo la base sociale del partito si è diversificata, come si è diversificato il fenomeno dell’emigrazione e la composizione sociale degli emigrati.</p>
<p>All’emigrazione del passato, principalmente proletari in cerca di lavoro (quali i minatori delle miniere di carbone in Belgio), si affiancano i loro figli (ora in attività quali la ristorazione), ancora vicini alle nostre idee, anche grazie all’attività del partito. A loro si affianca la nuova emigrazione, in particolare lavoratori cognitivi, che senza prospettive in una Italia clientelare e in declino si trasferiscono<span id="more-1831"></span> dove grazie alla maggiore ricerca, sviluppo e innovazione tecnologica, trovano maggiori opportunità: studenti, ricercatori, lavoratori nelle nuove tecnologie, in multinazionali, in istituzioni e organizzazioni internazionali.</p>
<p>La Federazione Europa ha svolto due ruoli:</p>
<ul>
<li>per i membri delle comunità italiane presenti nei vari Paesi europei è stata un luogo di in/formazione politica, riflessione e confronto; luogo di assistenza e difesa dei diritti degli emigrati;</li>
<li>per i nostri compagni residenti in Italia (a cominciare dal partito) ha fornito la possibilità di conoscere meglio la realtà vissuta dagli emigrati, e luogo di osservazione in Europa.</li>
</ul>
<p>Ha condiviso questi obiettivi con i compagni di Rifondazione Comunista, realizzando in comune dibattiti, gruppi di lavoro, iniziative, siti web <a href="http://pcieuropa.org/wp/">http://pcieuropa.org/wp/</a> , partecipando insieme a manifestazioni (ad esempio <a href="http://www.pcieuropa.org/eventi/noausterity/manif/index.html">http://www.pcieuropa.org/eventi/noausterity/manif/index.html</a> ), arrivando &#8211; in alcuni Paesi europei &#8211; a condividere sedi e riunioni.</p>
<p>Con questi  obiettivi e con spirito unitario, i compagni della Federazione hanno creato Aurora, rivista cartacea e in rete, ora al numero 32. Aurora nasce inizialmente come mensile di politica e cultura della Federazione Europa del PdCI; con l’ingresso in redazione dei compagni di Rifondazione, e in seguito di compagni indipendenti, diventa patrimonio di tutta la sinistra anticapitalista. Oggi Aurora ha una versione stampabile <a href="http://www.aurorainrete.org/">http://www.aurorainrete.org/</a> e una versione web commentabile e tradotta in 13 lingue, <a href="../">http://aurorainrete.org/wp/</a> .</p>
<p><strong>Un’affinità con gli organismi dirigenti del PdCI, mai concretizzata</strong></p>
<p>I compagni della Federazione si sono integrati con le realtà sul territorio, lavorando insieme ai partiti e alle organizzazioni dei Paesi di residenza che ne condividevano le idee e le battaglie. Alle attività ha partecipato un numero sempre maggiore di compagni di cittadinanza non italiana. Questo è dovuto o all’abbandono della cittadinanza italiana a favore di quella del paese ospitante, o al risultato di battaglie e scelte di vita fatte in comune con compagni di altra nazionalità (vi sono molte coppie di nazionalità diversa). Inoltre, il lavoro sul territorio ha portato e porta, naturalmente, alla partecipazione attiva in partiti e organizzazioni politiche locali.</p>
<p>Questa situazione era in contrasto con lo statuto del Partito dei Comunisti Italiani, che proibiva sia l’iscrizione di cittadini non di nazionalità italiana, sia il doppio tesseramento e quindi l’iscrizione ad altri partiti stranieri. Il Congresso della Federazione avvisava dunque la necessità, la scorso autunno, di armonizzazione lo Statuto del Partito, richiedendo di inserire opportune deroghe alle regole generali statutarie.</p>
<p>Al suo Congresso, il Partito dei Comunisti Italiani ha infatti riconosciuto fondate le richieste della Federazione Europa e le accoglieva modificando il suo Statuto nei seguenti punti:</p>
<ul>
<li>possono iscriversi al Partito dei Comunisti Italiani tutti coloro che, <span style="text-decoration: underline;">cittadine/i italiane/i o straniere/i</span> ne condividano lo statuto e il programma politico;</li>
<li>è ammessa la contemporanea iscrizione al Partito e ad altra organizzazione politica. Le/gli iscritte/i all’estero, al fine di svolgere attività politica sul territorio, integrarsi e collaborare attivamente nei partiti esteri, possono tesserarsi presso di essi e candidarsi in partiti non italiani.</li>
</ul>
<p>Putroppo, invece, resa nota la composizione degli organismi dirigenti, i compagni d’Europa si sono resi conto &#8211; con estremo disappunto &#8211; che non era stato inserito alcun rappresentante della Federazione PdCI Europa “Via Rasella” nel Comitato Centrale, né in alcun altro organismo dirigente. Non si è insomma ritenuta necessaria alcuna rappresentanza né in un Comitato Centrale di ben 139 membri, né fra i 5 componenti del dipartimento Esteri (tutti anche membri del CC e della Direzione) responsabili di centri studi e di cooperazione, con le deleghe di Asia, America Latina, Medio Oriente e Mediterraneo; Asia; Africa; perfino Russia e Paesi dell&#8217;area ex-sovietica. Ma delega e delegato per l’Europa sono assenti, mentre negli organismi dirigenti vi è spazio perfino per il rappresentante di una Sezione aperta a Cuba da poche settimane.</p>
<p>Così è negata la rappresentanza e con essa la possibilità di richiamare l&#8217;attenzione su temi e questioni specifiche dell&#8217;emigrazione, si sono cancellati anni di storia e di lotte dei comunisti italiani nel vecchio continente; questi ultimi, inoltre, non possono contribuire – nelle sedi preposte &#8211; alla riflessione ed all&#8217;elaborazione politica portando le idee e proposte scaturite dalla condizione dei compagni in Europa, condizione talvolta di osservatori privilegiati, che non vivono la cortina ideologica che si vive in Italia.</p>
<p><strong>I dubbi in Europa</strong></p>
<p>L’impressione che il Partito guardi altrove, insieme alla difficoltà di condividere le blande posizioni attendiste e di non-opposizione rispetto al governo Monti emerse durante il congresso, porta i compagni in Europa a chiedersi se rinnovare l&#8217;adesione ed il supporto al PdCI (facendoli propendere piuttosto per il NO).</p>
<p>Le crisi permettono trasformazioni politiche, sociali e economiche, altrimenti impossibili; provocano lacrime e sangue per chi le subisce, ma sono straordinarie opportunità politiche per chi dispone di una egemonia ideologica e di rapporti di forza favorevoli. Questo governo implementa incontrastato le ricette economiche di classe imposte dalla troika europea, piegando tutto alla logica del massimo profitto e del gradimento dei mercati: tagli al Welfare, aumento delle tasse, riduzione dei salari (diretti, indiretti e differiti), privatizzazione dei servizi pubblici, saccheggio dei beni comuni. Smantella il sistema di diritti e protezioni sociali ottenuto grazie alle lotte e all’esistenza di un forte Partito Comunista.<br />
I compagni, che più sperimentano l’effetto di queste ricette, come i compagni greci, hanno già abbandonato il PdCI.<br />
Non si possono accettare queste ricette di classe come “scelte tecniche e necessarie”, e mettere la sordina alle critiche e a una analisi generale (“per evitare di scivolare verso posizioni massimaliste e velleitarie”) solo al fine di rimanere ancorati a parte della  coalizione di governo.  Siamo sicuri che alla fine l’analisi marxista (che nel nostro partito non manca) ponga termine a queste insanabili contraddizioni (eufemisticamente chiamate “duttilità tattiche”); porti il partito a prendere una posizione meno ambivalente e soprattutto a elaborare collettivamente e battersi per modelli economici e sociali realmente alternativi.</p>
<p style="text-align: left;">La nostra valutazione delle politiche del governo Monti è espressa con sufficiente chiarezza nell’editoriale di questo numero [<a href="http://www.aurorainrete.org/num32/A3201.pdf">qui in pdf</a>].</p>
<p style="text-align: center;">- – &#8211; – 0 – &#8211; – -<br />
[<a href="http://www.aurorainrete.org/num32/A3215.pdf">Scarica questo articolo in pdf</a>]<br />
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		<title>3212 Volante Rossa, una storia da riscrivere</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 12:46:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimored</dc:creator>
				<category><![CDATA[nr.32]]></category>
		<category><![CDATA[Partigiani]]></category>
		<category><![CDATA[Rep.Ceca]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[Giovani ex operai e partigiani tra il 1947 e il 1949 furono artefici di tre omicidi e di un sequestro di personaggi compromessi con il regime di Mussolini Il libro di Recchioni cerca la verità sul tenente Alvaro e i suoi: «Fascisti e partigiani non furono la stessa cosa»: intervista all’Autore  di Renzo Grosselli Tra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a class="post_image_link" href="http://aurorainrete.org/wp/archives/1821" title="Permanent link to 3212 Volante Rossa, una storia da riscrivere"><img class="post_image alignright remove_bottom_margin" src="http://www.aurorainrete.org/num32/icone/12.gif" width="176" height="237" alt="Post image for 3212 Volante Rossa, una storia da riscrivere" /></a>
</p><p style="text-align: center;">Giovani ex operai e partigiani tra il 1947 e il 1949 furono artefici di tre omicidi e di un sequestro di personaggi compromessi con il regime di Mussolini<strong><br />
Il libro di Recchioni cerca la verità sul tenente Alvaro e i suoi: «Fascisti e partigiani non furono la stessa cosa»: </strong><strong>intervista all’Autore </strong></p>
<p style="text-align: right;"><em> di Renzo Grosselli</em></p>
<p>Tra il novembre del ‘47 e il gennaio del ‘49 portarono a termine tre omicidi, un sequestro di persona e altri reati minori. Gli obiettivi erano personaggi del milanese coinvolti col regime fascista. Molti infine furono presi, una trentina le condanne. Tra loro anche i personaggi più in vista della Volante Rossa, organizzazione paramilitare legata al Partito Comunista, ex partigiani ed operai, giovanissimi: Giulio Paggio (nome di battaglia «Tenente Alvaro»), Natale Burato e Paolo Finardi vennero condannati all’ergastolo. Il Partito li aiutò a raggiungere Praga dove sarebbero rimasti per decenni. Lavori duri ed umili per anni, condizioni di vita difficili. Poi alcuni di loro<span id="more-1821"></span> (in Cecoslovacchia si erano rifugiati 500-600 fuoriusciti politici) lavorarono a Radio Oggi in Italia che raggiungeva tutti i punti della Penisola. Qualcuno degli ex ragazzi della Volante fu graziato da Gronchi e da Saragat ma i leader dovettero attendere Sandro Pertini per ottenere la Grazia; si era già nel 1978. Giulio Paggio a quel punto decise di rimanere a Praga. La vicenda è al centro del volume di Massimo Recchioni, «Il Tenente Alvaro, la Volante Rossa e i rifugiati politici italiani in Cecoslovacchia», edizioni Derive Approdi. L’autore è emigrato nei pressi di Praga all’inizio degli anni ’90.</p>
<p><strong>La tesi principale, Recchioni, è quella che la vicenda della Volante Rossa deve essere storicizzata.</strong></p>
<p>«È necessario storicizzare, non si può prescindere da questo parlando di un periodo in cui si era appena conclusa una guerra. Di solito vicende come questa terminano con la vittoria dei buoni e la punizione dei cattivi. Cosa che in Italia non avvenne. Perché il sistema economico non era cambiato e gli interessi che avevano sorretto quel regime c’erano ancora. Fu invece colpevolizzato, da subito, il movimento partigiano: i partigiani furono dipinti come una minoranza che voleva prendere il potere con le armi. Molti esempi possibili. Quello di Junio Valerio Borghese, leader della X° Mas, specializzato in punizioni ai partigiani, che ben presto venne lasciato libero di agire, finendo con l’essere protagonista di trame eversive nel nostro Paese. E Gaetano Azzariti, sostenitore al tempo del regime di leggi fascistissime, membro del Tribunale della razza e che aveva fatto carriera in magistratura. Dopo la guerra fu uno che contribuì alla redazione del testo di legge sull’amnistia, firmata da Palmiro Togliatti e poi fu nominato dal presidente della Repubblica Gronchi alla Corte Costituzionale, dove divenne Presidente della Corte Costituzionale, l’entità che avrebbe dovuto giudicare le leggi dell’Italia antifascista. Lui, che avrebbe dovuto perseguire la legislazione fascista! Nessuno di loro venne perseguito».</p>
<p><strong>Il nemico non era già più il fascismo, il mondo era diviso in due blocchi e di là c’era l’Unione Sovietica del comunismo. De Gasperi sarebbe volato negli Stati Uniti, la Democrazia Cristiana avrebbe lasciato la compagnia di socialisti e comunisti.</strong></p>
<p>«I ragazzi della Volante Rossa crebbero con un senso della giustizia negata. Grazie all’amnistia di Togliatti gente come Borghese fu liberata. A differenza della Germania, dove anche chi porta in giro una svastica va in galera e l’appartenenza al partito nazista è un reato vero, da noi girano liberamente gadget fascisti. La legge sul partito fascista non è stata applicata. In Belgio e Francia presero i collaborazionisti e li misero al muro, in Italia non successe nulla di simile. Nemmeno tra i giudici ci furono epurazioni. Chiaro che con loro i risultati dei processi erano già scritti».</p>
<p><strong>Volante Rossa, condannati anche per tre omicidi.</strong></p>
<p>Non giustifico le loro azioni. Ma non si può prendere una pagina della storia, strapparla dal libro e leggere solo quelle righe. Come fanno in tanti oggi, penso a Giampaolo Pansa ma anche a tanti altri. Così cambia il senso del tutto. Nel nord del Paese furono centinaia gli omicidi di quello stampo al tempo. Quei ragazzi per tre omicidi pagarono un prezzo che nessuno ha pagato.</p>
<p><strong>Altra tesi del suo libro è quella dell’opportunismo del Partito Comunista che usò, accompagnò all’estero e poi abbandonò quelli della Volante rossa.</strong></p>
<p>«La posizione del Pci va contestualizzata. Si veniva da Yalta, dal Congresso di Salerno, si sapeva che l’Urss non sarebbe potuta venire in soccorso del Pci. Di qui la doppiezza del partito. La politica ufficiale doveva essere una, ma molti non vedevano di buon occhio ciò che veniva fatto. Una posizione ambigua, il Pci che fino a poco tempo prima era un partito clandestino, aveva molte anime. Il partito al tempo fece molto per i ragazzi della Volante, che vennero fatti uscire dall’Italia».</p>
<p><strong>Una storicizzazione a tanti anni di distanza serve?</strong></p>
<p>«Il Pci avrebbe dovuto farla prima. Storici e giornalisti che hanno preso quei fatti e li hanno raccontati in quel modo, con altri intenti, non avrebbero potuto farlo. Fu quella mancata azione del Pci che aprì davanti a gente come Pansa delle praterie, per mettere in discussione non solo la Volante ma l’intera Resistenza. La storia è stata così riscritta. Si doveva dire che la Resistenza fu un fatto di popolo e contribuì a sconfiggere il vero nemico, il nazifascismo che aveva portato alla morte milioni di persone. Quella mancanza ha fatto i suoi bei danni e si è giunti a paragonare fascisti e partigiani. Cosa che ha prodotto enormi danni nel tessuto politico-culturale italiano. A un ragazzo delle superiori, se parli dei danni del fascismo ti risponde: «Ma anche i partigiani&#8230;». La colpa del Pci è stata quella di non dire in tempo che atti come quelli della Volante Rossa miravano comunque a fare quella giustizia che altri non stavano portando avanti».</p>
<p><strong>Quegli ex ragazzi a Praga parteciparono, al loro livello, alla realizzazione di uno stato socialista. Un’altra sua tesi pare essere quella che, dopo più di 20 anni dalla caduta del Muro, è l’ora di riaprire anche il dibattito sul «comunismo realizzato».</strong></p>
<p>«Alle prime elezioni libere nei Paesi ex comunisti, i partiti comunisti scomparvero. Alle seconde tornarono ad essere molto votati, talvolta diventando i partiti più votati. Giuseppe Sterpin, nel libro, racconta di come nel 1989 la rivoluzione di velluto fu opera di intellettuali e studenti. Non della classe operaia che in nessun periodo e in nessun luogo aveva conosciuto una condizione migliore. I minatori prendevano più dei medici. Dal 1989 i liberi professionisti hanno decuplicato i loro redditi mentre gli operai li hanno visti diminuire».</p>
<p><strong>Si dice che Derive Approdi sia casa editrice vicina all’Autonomia operaia.</strong></p>
<p>«È una piccola casa editrice, capillarmente distribuita in Italia che si è specializzata in pubblicazioni sulle lotte operaie e sulla Resistenza, cosa che altri non fanno. Io non mi sono posto il problema. Sono andato da loro e loro hanno accettato di pubblicare i miei lavori, da altri rifiutati».</p>
<p><strong>Tra le pagine belle del libro, la lettera al padre della figlia di Giulio Paggio, morto a Praga, esule fino alla fine.</strong></p>
<p>«Dal punto di vista intimistico e personale fa il riassunto di quanto scrivo. Quelli della Volante erano uomini coraggiosi, retti, conseguenti con quanto pensavano e vissero così sino alla fine dei loro giorni».</p>
<div>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ff0000;"><strong>Radio Praga</strong></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ff0000;">«I rifugiati a Praga &#8211; scrive Recchioni &#8211; portarono avanti anche una battaglia nel campo dell’informazione. Una radio che trasmise in Italia per 21 anni. Un Paese in cui per anni ci fu una radio a senso unico. Una parte politica, per far sentire la sua voce fu costretta all’estero, a trasmettere notizie da Praga.“Oggi in Italia” portò avanti battaglie contro la Legge truffa, la ricostituzione del Partito fascista». Praga, città speciale in quegli anni. «Un crocevia di artisti, intellettuali, politici: da Neruda a Che Guevara a Teodorakis. Praga era diventata un laboratorio politico e culturale di grande livello. Anche col contributo di molti intellettuali italiani che lì si erano rifugiati».<br />
Anche questa vicenda fa parte della storia narrata, attraverso documenti ma soprattutto attraverso una serie numerosa di interviste, da Massimo Recchioni.</span></p>
<p style="text-align: center;"><em>Ripubblicato da un articolo del quotidiano l&#8217;Adige di 14 giovedì 6 ottobre 2011 Cultura e Società</em><br />
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		<title>3216 Grecia: Cavia del processo neoliberale per l&#8217;Europa intera</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 12:08:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitalismo Assassino]]></category>
		<category><![CDATA[Crisi Economica]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Grecia]]></category>
		<category><![CDATA[nr.32]]></category>

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		<description><![CDATA[di Vassilis Primikiris, Member of the Panhellenic SYRIZA Coordinating Committee Head of SYN’s Department on Issues for Greeks of the Diaspora ATENE - Viviamo un periodo mai visto prima, non solo per la Grecia, ma per tutta l&#8217;Europa. La crisi economica che la Grecia sta vivendo, non rappresenta un ulteriore fenomeno nazionale isolato, ma un problema [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a class="post_image_link" href="http://aurorainrete.org/wp/archives/1813" title="Permanent link to 3216 Grecia: Cavia del processo neoliberale per l&#8217;Europa intera"><img class="post_image alignright" src="http://www.aurorainrete.org/num32/icone/16.jpg  " width="166" height="236" alt="Post image for 3216 Grecia: Cavia del processo neoliberale per l&#8217;Europa intera" /></a>
</p><p style="text-align: right;"><em>di Vassilis Primikiris,<br />
Member of the Panhellenic SYRIZA Coordinating Committee<br />
Head of SYN’s Department on Issues for Greeks of the Diaspora<br />
</em></p>
<p><span style="color: #0000ff;">ATENE -</span> Viviamo un periodo mai visto prima, non solo per la Grecia, ma per tutta l&#8217;Europa.<br />
La crisi economica che la Grecia sta vivendo, non rappresenta un ulteriore fenomeno nazionale isolato, ma un problema europeo, una crisi europea del modello neoliberale di sviluppo. Un modello di sviluppo il quale si è basato, da venti anni a questa parte, sui teoremi principali del neoliberalismo, e cioè sulla divinizzazione del mercato e della competitività (privatizzazioni, liberalizzazione dei mercati ecc.), su di uno Stato ridimensionato all&#8217;esasperazione, privo di un&#8217;importanza reale, economica e sociale  (demolizione dello stato sociale, patto di Stabilità ecc.) e sulla flessibilità dei rapporti lavorativi (incoraggiamento dell&#8217;occupazione parziale, direttiva Bolkenstein, ecc.)  I risultati di questo esperimento neoliberale erano già visibili prima dello scoppio della crisi. Il Patto di Stabilità, vera mannaia dello stato sociale, ha portato ad uno sviluppo ridotto e incompatibile con i bisogni reali; ha comportato, nel contempo, un aumento della disoccupazione, mentre il tentativo di arrestare l&#8217;inflazione ha esercitato insopportabili pressioni sui redditi dei lavoratori ed è stato tradotto dai governi di destra e socialdemocratici come la tanto attesa opportunità di arginare il costo del lavoro. Allo stesso tempo, le forme di lavoro flessibile e la liberalizzazione dei mercati, invece di portare <span id="more-1813"></span>ad una distribuzione più razionale del tempo di lavoro e delle risorse economiche, hanno invertito i termini di coesione sociale e del modello sociale europeo del dopoguerra.</p>
<p>Chi crede che la crisi riguardi solo la Grecia si sbaglia di grosso. La crisi appartiene all&#8217;intera Unione Europea. Non è stato compreso che ormai troppi problemi si sono accumulati dalle decisioni prese in diversi momenti dall&#8217;UE e che ormai tali problemi l&#8217;hanno condotta in una via senza uscita, alla quale la Sinistra si era opposta e della quale aveva dato preavviso.<br />
Il peso della crisi è stato trasferito dai mercati, sulle spalle del mondo del lavoro e dello stato sociale. La Grecia, come abbiamo sottolineato anche nel partito della Sinistra Europea, ha svolto il ruolo di cavia in questo esperimento.</p>
<p>Negli ultimi tempi si sentono molte bugie sui lavoratori Greci.<br />
La stessa cancelliera Merkel, come molti altri leader, mentono in modo vergognoso ai contribuenti dei propri paesi, sostenendo che i greci vengono pagati per poltrire e passare tutto l&#8217;anno in vacanza.<br />
Tutti costoro dovrebbero chiederci scusa perché oggi i greci hanno il periodo di vacanza più breve e il reddito di gran lunga più basso nella zona euro.<br />
Devono, inoltre, ammettere che i prestiti a carico dei contribuenti di questi paesi non servono a pagare gli stipendi e le pensioni dei greci, ma per salvare bancarottieri e finanziare le banche in via di fallimento, tanto in Grecia quanto in Germania e in Francia.<br />
La Grecia è arrivata alla crisi a causa della totale immunità fiscale degli ingenti patrimoni e del capitale e a causa delle enormi spese per la difesa. A causa del saccheggio inflitto allo stato greco da contratti scandalosi stipulati con società greche o con multinazionali come la Siemens, la quale è coinvolta in casi di corruzione. Non certo perché desse stipendi troppo alti. É vero semmai il contrario.<br />
Sono questi i presupposti da cui il governo sedicente socialista è partito per rendere il paese prigioniero del Fondo Monetario Internazionale e della lobby neoliberale dell&#8217;Unione Europea.<br />
Da allora, la Grecia si trova in un circolo vizioso di recessione profonda, con tragiche conseguenze sociali. E questa crisi si sta espandendo e riproducendo nel resto d&#8217;Europa.</p>
<p>La politica di recessione e di distruzione sociale imposta alla Grecia, e gradualmente anche agli altri paesi, non è una soluzione per risolvere il problema del debito. Al contrario, il debito della Grecia è aumentato in modo drammatico.  Oggi, si discute ancora una volta per un ulteriore taglio del debito, accompagnato però da nuove dure misure anti-sociali, le quali porteranno ad una maggiore recessione.<br />
E&#8217; stupido credere che una crisi possa essere superata con misure di austerità che approfondiscono la recessione.  Per la Grecia il 2012 sarà il quarto anno di recessione. Non si vedeva una cosa simile dai tempi dell&#8217; occupazione nazista.<br />
Di conseguenza, la questione è il rovesciamento immediato delle politiche di austerità e un congelamento (una moratoria) del saldo del debito finché non esisterà una soluzione europea, per la cancellazione di una grande parte del debito, con condizioni analoghe alla regolazione per la cancellazione del debito tedesco nel 1953, dove era prevista una clausola di sviluppo per il saldo del debito rimanente.<br />
Le ricette del vertice europeo non ci soddisfano per niente.  I leader dell&#8217;Europa sono imprigionati nel proprio dogmatismo neoliberale senza via d&#8217;uscita.<br />
Stanno sacrificando i diritti e cancellando le conquiste di decenni.  L&#8217;esperimento greco, che distrugge diritti lavorativi e assicurativi e svende il patrimonio pubblico, è pronto per essere esportato. I più deboli tra i paesi europei, vengono spinti nel precipizio per salvare i banchieri.<br />
Dobbiamo impedire questo disastro. E&#8217; arrivato il momento di finirla con il neoliberalismo e aprire vie alternative per un &#8216;Europa democratica e sociale, emancipata dalle costrizioni del guadagno e dei mercati.</p>
<p>Bisogna creare un fronte di salvezza dei popoli d&#8217;Europa. Il Partito della Sinistra Europea la nostra casa comune il GUE/NGL, ha indicato la via verso un&#8217;Europa alternativa:</p>
<ul>
<li>Ristrutturazione del debito a livello europeo.</li>
<li>Prestito diretto degli stati dalla Banca Centrale Europea</li>
<li>Imposizione di un controllo pubblico del sistema bancario e finanziario.</li>
<li>Ridistribuzione della ricchezza e sostegno allo stato sociale.</li>
</ul>
<p>Politiche che si possono ottenere solo con il rafforzamento del movimenti di resistenza sociale, che facciano fronte al nemico comune: l&#8217;avido e cinico neoliberalismo. Nei giorni scorsi, in Grecia, centinaia di migliaia di lavoratori, piccoli liberi professionisti, disoccupati, studenti universitari e studenti delle scuole, anziani, hanno letteralmente inondato le strade delle città greche. Solo le lotte sociali di massa, insieme ad un programma di transizione condiviso e sostenuto a livello europeo, possono cambiare il futuro.</p>
<p>Ci dobbiamo a impegnare a coordinare la nostra azione internazionale, affinché, insieme alle forze del movimento popolare,  possiamo salvare i nostri popoli e le nostre società. Impegniamoci a proteggere la democrazia prima che sia troppo tardi per l&#8217;Europa.</p>
<p style="text-align: center;">- – &#8211; – 0 – &#8211; – -<br />
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		<title>3101 EDITORIALE : In nome del popolo suddito</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Sep 2011 19:02:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rossimone77</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[nr.31]]></category>

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		<description><![CDATA[La sovranità perduta dei cittadini di Simone Rossi - coordinatore del nr. 31 In un discorso tenuto presso l&#8217;Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel dicembre 1972, il presidente cileno Salvador Allende mise in guardia i delegati dal crescente potere delle imprese multinazionali e dei lori agenti, il cui potere già allora travalicava le frontiere nazionali [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a class="post_image_link" href="http://aurorainrete.org/wp/archives/1788" title="Permanent link to 3101 EDITORIALE : In nome del popolo suddito"><img class="post_image alignright remove_bottom_margin frame" src="http://www.aurorainrete.org/num31/icone/01.jpg" width="190" height="280" alt="Post image for 3101 EDITORIALE : In nome del popolo suddito" /></a>
</p><p>La sovranità perduta dei cittadini</p>
<p style="text-align: right;"><em>di </em><em> Simone Rossi </em><em>- coordinatore del nr. 31</em></p>
<p>In un discorso tenuto presso l&#8217;Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel dicembre 1972, il presidente cileno Salvador Allende mise in guardia i delegati dal crescente potere delle imprese multinazionali e dei lori agenti, il cui potere già allora travalicava le frontiere nazionali e si andava consolidando eludendo il controllo democratico dei cittadini; un potere che nel nome di interessi privati avrebbe sfidato la sovranità dei popoli esercitata tramite le istituzioni democraticamente elette.<br />
Nelle riprese video di quell&#8217;intervento, reperibili in rete, si nota che gran parte dei rappresentanti seduti nell&#8217;assemblea applaudirono; ciononostante queste organizzazioni multinazionali hanno proliferato, fino ad esercitare un potere incontrastato su scala planetaria. I loro agenti, che hanno il nome di Fondo Monetario Internazionale (FMI), Banca Centrale Europea (BCE), Banca Mondiale (BM) ed Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC, più comunemente WTO) o genericamente indicati con un termine più fumoso come &#8220;i mercati&#8221;, hanno dettato e dettano le linee guida delle politiche economiche degli Stati sovrani, svuotando di significato la democrazia, che rimane solamente un feticcio,<span id="more-1788"></span> una facciata per dare legittimità ad una classe politica generalmente autoreferenziale e totalmente supina agli interessi di una minoranza (ossia a precisi interessi di classe).<br />
A partire dalla fine degli anni &#8217;80 del secolo scorso queste entità sovranazionali hanno incrementato il proprio potere e la propria pervasività, assurgendo ad un ruolo dogmatico, indiscusso ed indiscutibile, nell&#8217;orientamento politico ed economico a livello mondiale.</p>
<p>Per raggiungere di questo obiettivo hanno sfruttato le situazioni di crisi come, ad esempio, l&#8217;esplodere del debito dei paesi cosiddetti in via di sviluppo (PVS), permettendo alle ex potenze coloniali di riprendere il controllo sulle materie prime e sulla manodopera locale, ponendo fine alle esperienze nazionaliste apertesi con l&#8217;indipendenza ed avviando una fase neocoloniale e di intervento militare se necessario.<br />
In America Latina, dagli anni ’80 e fino alla recente presa di coscienza nei paesi del cosiddetto Cono Sud, il debito è stata la leva con cui consolidare ed allargare le conquiste di stampo neoliberiste ottenute dai regimi dittatoriali, causa essi stessi del debito; di fatto, alle dittature seguì una pseudo-democrazia in libertà vigilata, sotto l&#8217;egida del FMI e della BM.</p>
<p>Ora, è giunto il momento dell&#8217;Europa Occidentale, che negli ultimi tre decenni, anche se non è stata immune all&#8217;offensiva neoliberista, ha mantenuto una forma di autonomia decisionale in campo economico. La stessa Unione Europea, su cui i cittadini sono in grado di esercitare un debole controllo, ha trovato resistenze da parte dei governi nazionali nella attuazione di determinate politiche economiche, a dispetto dei trattati vigenti. La crisi del settore finanziario esplosa nel 2008 e l&#8217;emergere di situazioni di debito pubblico elevato sono il grimaldello con cui gli organismi sovranazionali, non eletti dai cittadini, stanno distruggendo quanto ancora in piedi delle conquiste sociali ottenute dalle lotte sociali del XX secolo.</p>
<p>Il successo, ci auguriamo momentaneo, di questa operazione si basa su tre fattori principali: lo svuotamento della democrazia, l&#8217;egemonia culturale dell&#8217;ideologia capitalista, l&#8217;inconsistenza delle forze di alternativa. Tanto più la retorica sul modello democratico e liberale delle società occidentali è cresciuta ed è servita a giustificare guerre contro gli &#8220;stati canaglia&#8221;, quanto più la voce dei cittadini è stata silenziata, chiusa nel rito di depositare una scheda nell&#8217;urna elettorale di sistemi elettorali che hanno cancellato ovunque le forme di rappresentanza proporzionale conquistate nel XX secolo.<br />
Ogni forma del dissenso è stata tacciata di miopia, egoismo o estremismo; anche oggi, quando un po&#8217; in tutto il continente si registraproteste, campagne di pressione e scioperi che si oppongono ai tagli ai servizi ed alla spesa sociale pubblica. Le forze, tanto conservatrici quanto “progressiste”, sono unite nell&#8217;opera di demolizione dello Stato sociale e coadiuvate dai mezzi di informazione, trasformati nella cassa di risonanza di quella religione laica che è l&#8217;Economia, presentata come una “scienza neutra” con i suoi sacerdoti, gli economisti, dotati di infallibilità al pari del Papa.</p>
<p>Di fronte al montare dell&#8217;offensiva neoliberista ed al relativo svuotamento delle istituzioni democratiche i cittadini, il popolo, e le loro tradizionali forme di organizzazione sono stati spettatori impotenti.<br />
Mentre in America Latina, a seguito anni di egemonia liberista, si rafforzano ed ampliano le esperienze di governi che aspirano a maggiore equità e giustizia sociale, o al “Socialismo del XXI secolo”, e si registrano episodi di proteste e rivolte contro lo status quo in parti dell&#8217;Africa ed in Medio Oriente, i partiti comunisti e marxisti europei segnano un po&#8217; ovunque il passo, sull&#8217;onda lunga del &#8220;trionfo&#8221; capitalista del 1989 e pagando lo scotto delle esperienze delle coalizioni di centro-sinistra a cavallo dell&#8217;inizio di millennio. I sindacati faticano a far presa sulle generazioni di giovani lavoratori, inquadrati in forme di lavoro atipiche, con una scarsa coscienza di classe e disillusi dalle linee di concertazione con il padronato frequentemente adottate dai maggiori sindacati europei. Il conflitto, là dove sfocia in proteste, assume quindi le forme di movimenti spontanei, dal basso, privi di una chiara e marcata connotazione ideologica ed incapaci di superare la critica dell&#8217;esistente per proporre un modello alternativo a quello dominante. Al capitalismo, al liberismo ed alla falsa democrazia non si contrappone qualcosa che sappia galvanizzare e suggestionare i giovani lavoratori come seppe essere il comunismo nel secolo scorso.</p>
<p>In questo numero di Aurora desideriamo fornire un&#8217;analisi, seppur parziale, della situazione politica, economica e sociale in alcuni paesi europei; una prospettiva internazionale da cui non si può prescindere per vincere la lotta per la salvaguardia dei diritti universali e per il trionfo di un modello basato sulla giustizia sociale, come ci hanno indicato i compagni e le compagne del partito comunista greco (KKE) durante le massicce manifestazioni dello scorso anno.</p>
<p>Allo stesso modo, riteniamo che la vittoria delle forze popolari e democratiche contro l&#8217;offensiva degli interessi di quei pochi che detengono il potere economico non possa essere raggiunta senza un partito comunista unitario, di massa, che ispiri, coordini e guidi il dissenso e costruisca il consenso intorno ad un progetto di alternativa. Per questo motivo dedichiamo parte di questo numero al saggio “<em>Ricostruire il partito comunista</em>” di O. Diliberto, V. Giacché e F. Sorini, recentemente pubblicato per le edizioni Simple, augurandoci che esso possa fornire spunti ai nostri lettori ed alle nostre lettrici per superare l&#8217;attuale fase di stallo, in cui a tensioni verso l&#8217;unità si alternano distinguo e pulsioni identitarie. La questione della necessità di ricostruire un partito comunista e delle modalità con cui crearlo assume un&#8217;ulteriore importanza se consideriamo che nei prossimi due mesi si terranno i congressi del Partito della Rifondazione Comunista e del Partito dei Comunisti Italiani. Si tratta di due partiti che dopo l&#8217;esperienza elettorale della Sinistra Arcobaleno ed i congressi dell&#8217;estate 2008, hanno avviato un processo federativo di cui sono pietre miliari la Lista Anticapitalista alle ultime elezioni europee e la costituzione di un nuovo soggetto, la Federazione della Sinistra, con il congresso del novembre 2010.</p>
<p>In quanto collettivo redazionale di Aurora “giornale per l&#8217;unità comunista”, guardiamo con interesse e passione a questi appuntamenti ed abbiamo raccolto le riflessioni di alcuni compagni e compagne che a tali momenti di dibattito parteciperanno in quanto militanti dei due partiti. Crediamo che sia il momento di sciogliere ogni indugio, di metter da parte le recriminazioni reciproche sugli errori tattici e politici commessi in passato e di operare un processo di sintesi che porti alla nascita di un partito comunista, che non vuole essere una pallida riproduzione del PCI, ma che tragga insegnamento da questa significativa esperienza della storia del nostro paese. A tre anni dallo scoppio della crisi finanziaria ed economica e di fronte al precipitare della situazione verso quello che sembra esser l&#8217;attacco mortale allo Stato Sociale ed alle conquiste di due secoli di movimento dei lavoratori deve porsi un termine definitivo alla tendenza alla frammentazione dei comunisti in partiti ed organizzazioni di portata marginale e votati alla guerra fratricida. In molti paesi d’Europa i militanti del PRC e del PdCI lavorano da anni come un unico partito, con sedi e riviste comuni (Aurora ne è un esempio).<br />
È nostro dovere contribuire allo sviluppo di una analisi critica e partecipare al dibattito con riflessioni che portino a svelare l’ideologia liberista e a rafforzare le basi politiche, le strategie e definire il programma di alternativa economico-sociale a breve e lungo termine proprio di una forza comunista del XXI secolo. Le piazze di tutte le capitali europee, da Atene a Reykjavik, mostrano che i cittadini non sono più disposti ad accettare di essere il capro espiatorio della crisi e di doverla pagare sacrificando i diritti universali ed i beni comuni.<br />
Assumiamoci l&#8217;onore e l&#8217;onere di dar voce e rappresentanza politica a queste piazze e di lottare in prima linea nel nome di quel comunismo cui diciamo di aspirare.</p>
<p style="text-align: center;">- &#8211; - &#8211; 0 &#8211; - &#8211; -<br />
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		<title>3103 La crisi del liberismo</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Sep 2011 17:33:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Crisi Economica]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[nr.31]]></category>

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		<description><![CDATA[di Nicola Melloni LONDRA - Sembra ormai evidente che politici ed economisti, nonostante i quasi quotidiani appelli e lezioni che ci impartiscono, non hanno più il polso della situazione. Ogni giorno siamo di fronte ad una nuova emergenza, dalla Grecia all’Italia, col rischio che rimbalza dagli stati alle banche, dalle banche al mercato. Le ricette [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a class="post_image_link" href="http://aurorainrete.org/wp/archives/1782" title="Permanent link to 3103 La crisi del liberismo"><img class="post_image alignright remove_bottom_margin frame" src="http://www.aurorainrete.org/num31/icone/03.jpg" width="190" height="280" alt="Post image for 3103 La crisi del liberismo" /></a>
</p><p style="text-align: right;"><em>di Nicola Melloni</em></p>
<p><span style="color: #0000ff;">LONDRA -</span> Sembra ormai evidente che politici ed economisti, nonostante i quasi quotidiani appelli e lezioni che ci impartiscono, non hanno più il polso della situazione. Ogni giorno siamo di fronte ad una nuova emergenza, dalla Grecia all’Italia, col rischio che rimbalza dagli stati alle banche, dalle banche al mercato. Le ricette proposte dai liberali sono vecchie e stantie.<br />
Prima si sono salvate le banche, il cui fallimento rischiava di coinvolgere l’economia reale e portare al crollo dell’Occidente. Intervento indispensabile, certo, ma in netto contrasto con qualsiasi teoria liberale – il mercato risolve i suoi problemi senza intervento pubblico. Ma il passato è passato. Ora sono gli stati in difficoltà, e poco importa che il deficit sia soltanto la conseguenza del salvataggio delle banche.<span id="more-1782"></span></p>
<p>Ed ora, dunque, bisogna intervenire sui problemi dei conti pubblici e lo si può fare soltanto, dicono i liberali, tagliando le spese inutili: le pensioni, la sanità, la scuola.</p>
<p>Anche perché ora pure la teoria economica spiega che l&#8217;austerity è la miglior medicina per la crisi.<br />
Alberto Alesina, economista liberale italiano di stanza ad Harvard, ha appena rivoltato come un calzino settant&#8217;anni di studi, illustrando con dovizia di particolari che i tagli alle spese dello stato, componente della domanda aggregata, in realtà aiutano la stessa domanda a crescere. Una tesi talmente assurda (e validata solo attraverso un utilizzo a dir poco disinvolto delle statistiche) che per contrastare la tesi di Alesina sono scesi in campo dei bastioni del socialismo internazionale come l&#8217;Economist ed il Fondo Monetario Internazionale.<br />
Poco male, alla destra basta avere una pur minima copertura teorica, anche la più ridicola, per imbracciare il cannone e cominciare a sparare politiche economiche dagli effetti devastanti. Successe con Reagan e la curva di Laffer (l&#8217;idea secondo cui più si diminuiscono le tasse più aumenta il gettito fiscale, una teoria talmente priva di appigli reali che fu presto ribattezzata economia voodoo) ed ora ci siamo di nuovo con la UE che sposa un&#8217;altra bufala &#8211; l&#8217;austerity che stimola la crescita &#8211; per cercare di imporre a tutti i paesi membri l&#8217;obbligo del pareggio di bilancio per legge.</p>
<p>Peccato che queste assurde teorie abbiano già dimostrato di non reggere la prova del reale. L’austerity non ha salvato la Grecia, anzi. Né salverà l’Italia, il cui problema non è il deficit ma la crescita che già prima della manovra era stimata attorno al&#8217;1%. Per ridurre il debito, e di conseguenza rassicurare i mercati (che sarebbe poi quello che i liberali così fortemente vorrebbero), è indispensabile accelerare la crescita dell&#8217;economia, in quanto solo con un tasso di crescita nominale del PIL superiore agli interessi pagati sul debito si può mettere ordine alla dinamica del debito stesso.</p>
<p>In parte, ovviamente, ci potrebbe aiutare la BCE con una politica monetaria più espansiva, aumentando l&#8217;inflazione e riducendo di conseguenza gli interessi reali sul debito. Una soluzione che farebbe comodo a tutti i paesi in difficoltà dell&#8217;area mediterranea e che non avrebbe effetti negativi sulle economie più solide del Nord Europa.<br />
Ma a Berlino e Francoforte si preferisce aderire ad un&#8217;altra fantasiosa teoria economica, e cioè che l&#8217;inflazione sopra il 2-3% sia un problema per l&#8217;economia, quando invece, in situazioni come queste, rappresenta una opportunità. Purtroppo ormai le fantasie liberali son state ripetute talmente spesso che sono entrate nell’immaginario comune. Nessuno si ricorda degli anni 60 e 70 quando l’Occidente cresceva, l’inflazione era assai più alta eppure si creavano opportunità di investimento e lavoro ben più ampie di quelle odierne. Ed il salario non perdeva valore perché i sindacati combattevano dalla parte dei lavoratori e non svendevano i diritti.</p>
<p>Certo l’inflazione ha dei costi, ma son costi che sopportano, soprattutto, i creditori. Comporta dei problemi, ma soprattutto per i mercati finanziari che non riescono a calcolare correttamente il rischio. E dunque le istituzioni europee si mettono a difesa di mercati e creditori, contro il lavoro e i debitori. Una chiara scelta politica ed economica, di classe.</p>
<p>Le soluzioni vanno dunque cercate altrove. Non potendo contare sulla leva monetaria, il nostro paese ha bisogno ora più che mai di una manovra che rilanci la crescita e non di una finanziaria recessiva come è invece quella proposta dal governo Berlusconi. Certo le spese improduttive devono essere cancellate, mentre bisogna rilanciare gli investimenti. Per reperire risorse e per cominciare ad abbattere il debito è inevitabile che tale manovra parta da una tassa patrimoniale il cui effetto sui consumi, al contrario di un innalzamento dell&#8217;IVA, sarebbe assai limitato. Quello che serve, dunque, è una patrimoniale seria, sul modello di quella proposta da Modiano, che, rastrellando fino a 200 miliardi di euro, contribuirebbe in maniera decisiva a ridurre il debito, riconquistare la fiducia dei mercati e, di conseguenza, abbassare in maniera consistente lo spread con i titoli tedeschi. A regime si libererebbero 9 miliardi di euro annui, tre volte il contributo che si spera di ottenere da una contro-riforma pensionistica, denaro utile per rilanciare l&#8217;occupazione e il salario (e dunque consumi, crescita ed investimenti) con interventi, ad esempio, sul cuneo fiscale. Purtroppo in Italia pare che nessuna forza politica presente in Parlamento abbia il coraggio di far sua tale proposta.</p>
<p>L&#8217;unica maniera di uscire da questa crisi è evitare che le politiche fiscali, come già quelle monetarie, rimangano ostaggio di una élite di super ricchi che si fanno scudo con teorie economiche fantasiose e dagli effetti disastrosi per l&#8217;Europa e per il mondo</p>
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		<title>3104 La tela di Penelope – L’infinita manovra economica italiana ed i costi per i cittadini</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Sep 2011 16:00:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rossimone77</dc:creator>
				<category><![CDATA[Capitalismo Assassino]]></category>
		<category><![CDATA[Crisi Economica]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[nr.31]]></category>

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		<description><![CDATA[di Simone Rossi I membri dell&#8217;Esecutivo italiano hanno avuto bisogno di tre anni per accorgersi della crisi economica; molti sono stati persi mesi a negarne l&#8217;esistenza, a magnificare le doti del Ministro dell&#8217;Economia, a millantare la solidità economica dell&#8217;Italia ed a tacciare di menagramo i giornalisti che mettevano in guardia i cittadini. Il risveglio delle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a class="post_image_link" href="http://aurorainrete.org/wp/archives/1766" title="Permanent link to 3104 La tela di Penelope – L’infinita manovra economica italiana ed i costi per i cittadini"><img class="post_image alignright remove_bottom_margin frame" src="http://www.aurorainrete.org/num31/icone/04.jpg" width="190" height="280" alt="Post image for 3104 La tela di Penelope – L’infinita manovra economica italiana ed i costi per i cittadini" /></a>
</p><p style="text-align: center;">
<p style="text-align: right;"><em>di Simone Rossi</em></p>
<p>I membri dell&#8217;Esecutivo italiano hanno avuto bisogno di tre anni per accorgersi della crisi economica; molti sono stati persi mesi a negarne l&#8217;esistenza, a magnificare le doti del Ministro dell&#8217;Economia, a millantare la solidità economica dell&#8217;Italia ed a tacciare di menagramo i giornalisti che mettevano in guardia i cittadini. Il risveglio delle nostre Biancaneve non è avvenuto per il bacio di un principe ma per la sberla della Cancelliera tedesca e del Presidente della Banca Centrale Europea, intervento che ha di fatto costituito una cessione di sovranità nazionale. È iniziato un tragicomico balletto<span id="more-1766"></span> per correggere la manovra economica da poco licenziata dalle Camere ed accogliere i suggerimenti della BCE. Per un mese e mezzo i nostri governanti hanno cercato di far quadrare il cerchio senza scontentare nessuna delle categorie che garantiscono loro il sostegno elettorale e parlamentare, a conferma di come la solidità dell&#8217;Esecutivo sia fasulla.<br />
Le infinite variazioni alla correzione della manovra sono proseguite mentre l&#8217;Italia continuava a scivolare in una profonda crisi economica e gli speculatori finanziari approfittavano della sua debolezza. Tra le righe delle numerose dichiarazioni degli esponenti del governo e della maggioranza e le loro smentite a stretto giro, abbiamo potuto confermare che la coalizione di Destra non ha un progetto chiaro e condiviso per il futuro dell&#8217;Italia. Le pantomime sulla abolizione o meno delle province, i tira-e-molla sulla tassazione delle rendite e sui costi della cosiddetta casta hanno fatto sì che passasse in secondo piano l&#8217;assenza di una visione per la crescita economica dell&#8217;Italia.<strong><a rel="attachment wp-att-1777" href="http://aurorainrete.org/wp/archives/1766/a3104"><img class="aligncenter size-full wp-image-1777" title=" " src="http://aurorainrete.org/wp/wp-content/uploads/2011/09/A3104.jpg" alt="" width="400" height="320" /></a></strong></p>
<p>Nel tentativo disperato di far cassa per ridurre il debito pubblico come richiesto dai &#8220;mercati&#8221;, alle Camere ed ai cittadini è stata presentata una manovra totalmente iniqua che ancora una volta farà pagare ai lavoratori dipendenti, ai pensionati ed alle categorie socialmente deboli i costi della crisi e dell&#8217;incapacità di chi governa l&#8217;Italia.<br />
Un governo che guardi al futuro, non sclerotico, avrebbe investito nella ricerca scientifica e tecnologica, in infrastrutture a sostegno dell&#8217;innovazione e nel lancio di quella che chiamano la green economy in modo da rilanciare la produzione di beni e servizi e da stimolare la crescita del Prodotto Interno Lordo, con conseguente incremento delle entrate fiscali.<br />
Un governo serio e conscio della delicatezza della situazione avrebbe spalmato su tutta la popolazione i costi della manovra, per primi coloro che non hanno mai pagato il giusto. Invece la manovra, approvata con la fiducia ad indicare quanto poco l&#8217;Esecutivo si fidi della maggioranza che lo sostiene, ha introdotto un aumento della pressione fiscale, che ovviamente graverà su coloro che pagano le tasse, ha innalzato l&#8217;IVA, tassa indiretta ed iniqua che colpisce tutti alla medesima maniera ricchi o poveri che siano (e quindi pesca in proporzione di più dalle tasche dei poveri), ha ridotto la spesa per la sanità ed i trasferimenti agli enti locali; i cittadini, già tartassati, dovranno sborsare di tasca propria per ottenere quei servizi che gli enti locali non riusciranno più a fornire in maniera adeguata, spesso rivolgendosi ai privati. Per contro le misure che introdurranno la riduzione dei cosiddetti costi della politica saranno introdotte a partire dal 2013 o addirittura più in là, come per la questione delle Province.</p>
<p>Di fronte a tutto ciò, la reazione di maniera delle opposizioni parlamentari, buona per qualche salotto televisivo è inefficace nella proposizione di un&#8217;alternativa e nella costruzione del dissenso popolare.</p>
<p>Non ci vorranno molti anni prima che anche in Italia si vedano scene che fino a ieri avremmo immaginato nel Terzo Mondo. Diritti universali come l&#8217;istruzione e la sanità diverranno privilegi che lo Stato offrirà in quantità sempre più scarsa e con bassa qualità; è di questi giorni la notizia di classi da 56 alunni presso l&#8217;istituto Bertarelli di Milano, una scena che rimanda alle foto delle classi delle scuole africane o delle scuole pubbliche latino-americane.<br />
Occorreranno due o tre decenni, come accaduto in Cile, prima che i cittadini italiani dicano fortemente no e chiedano un&#8217;inversione di rotta verso un modello democratico, popolare? Quanto occorrerà prima che il motto, che non abbiamo mai abbandonato, &#8220;proletari di tutto il mondo unitevi!&#8221; esca da qualche foto sbiadita e sia il motore del riscatto sociale?</p>
<p style="text-align: center;">- &#8211; - &#8211; 0 &#8211; - &#8211; -<br />
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		<title>3105 Sindacato: l’accordo delle parti sociali e la situazione in Italia</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Sep 2011 14:39:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>andrea78</dc:creator>
				<category><![CDATA[nr.31]]></category>
		<category><![CDATA[Sindacato]]></category>

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		<description><![CDATA[di Andrea Albertazzi L&#8217;estate 2011 è stata per l&#8217;Italia molto movimentata e i telegiornali di agosto non hanno parlato unicamente di giornata mondiale della gioventù, di caldo e di cronaca nera ma sono stati obbligati a dedicare spazio all&#8217;attacco subito dall&#8217;Italia (e in particolare dal suo debito pubblico) da parte dei cosiddetti “mercati”. Il governo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a class="post_image_link" href="http://aurorainrete.org/wp/archives/1760" title="Permanent link to 3105 Sindacato: l’accordo delle parti sociali e la situazione in Italia"><img class="post_image alignright remove_bottom_margin frame" src="http://www.aurorainrete.org/num31/icone/05.jpg" width="190" height="280" alt="Post image for 3105 Sindacato: l’accordo delle parti sociali e la situazione in Italia" /></a>
</p><p style="text-align: right;"><em>di Andrea Albertazzi</em></p>
<p>L&#8217;estate 2011 è stata per l&#8217;Italia molto movimentata e i telegiornali di agosto non hanno parlato unicamente di giornata mondiale della gioventù, di caldo e di cronaca nera ma sono stati obbligati a dedicare spazio all&#8217;attacco subito dall&#8217;Italia (e in particolare dal suo debito pubblico) da parte dei cosiddetti “mercati”. Il governo reazionario di Berlusconi, dopo avere negato l&#8217;esistenza della crisi in questi anni e aver raccontato agli italiani che il paese ne era immune, ha dovuto mettere in piedi una enorme manovra finanziaria di tagli e tasse aggiuntive seguendo i diktat della Banca Centrale Europea.<br />
Questa iniziativa che in generale non fa altro che colpire i soliti noti, è capeggiata dal ministro Tremonti<span id="more-1760"></span> ed ha fatto emergere malcontenti nella coalizione che oggi appare meno solida di quanto non fosse nel recente passato.</p>
<p>Una delle misure più controverse è stato l&#8217;art. 8 intitolato “Sostegno alla contrattazione collettiva di prossimità”, fortemente voluto dal ministro Sacconi, che, fondamentalmente, sminuisce il primato del contratto nazionale di lavoro a favore del contratto aziendale. Gli accordi siglati tra imprenditori e sindacati a livello aziendale potranno decidere dell&#8217;organizzazione del lavoro, inclusa la disciplina dei licenziamenti. Le tutele dell&#8217;18 dello Statuto dei lavoratori, che dichiara illegittimi i licenziamenti eseguiti senza &#8216;giusta causa&#8217;, potrebbero quindi venire meno di fronte ad un accordo aziendale che derogasse in tal senso.<br />
Al di là dei dubbi sull&#8217;effettiva legittimità giuridica di una norma siffatta, è chiaro che un articolo del genere, in una manovra finanziaria per “salvare il paese dalla speculazione finanziaria” ci sta come i cavoli a merenda. E&#8217; evidente piuttosto come la manovra sia un pretesto per un colpo di mano, con una palese intesa governo-confindustria, sferrando un altro colpo micidiale ai diritti dei lavoratori italiani. Quest&#8217;ultimo è senz&#8217;ombra di dubbio un obiettivo verso il quale convergono governo, confindustria, Fondo Monetario Internazionale e Banca Centrale Europea. Quest&#8217;ultima sembra avere “suggerito” appunto misure di ulteriore “flessibilizzazione” del mercato del lavoro nella famosa “lettera segreta” al governo.</p>
<p>E&#8217; utile ed interessante ora vedere come si comportano i sindacati italiani rispetto a questo quadro: per farlo è necessario fare un passo indietro.<br />
Il 6 maggio scorso si è tenuto uno sciopero indetto dalla sola CGIL contro la politica del governo di fronte al disastro economico. Tale sciopero è stato il risultato di una forte pressione dal basso di militanti ed iscritti, della FIOM e della sinistra della CGIL (non esclusivamente individuabile nell&#8217;area “Lavoro e Società” che fa parte della maggioranza) nei confronti della segreteria nazionale. Questa pressione è durata mesi nei quali la richiesta di indire uno sciopero generale si è fatta sempre più forte in numerosi appuntamenti, come ad esempio durante lo sciopero generale dei metalmeccanici indetto dalla sola FIOM il 27 gennaio 2011.</p>
<p>Un mese e mezzo dopo lo sciopero generale, il 28 giugno, CGIL, CISL, UIL e Confindustria hanno firmato una intesa sulla rappresentatività e sulla efficacia della contrattazione. Alla vigilia della firma la FIAT ha rilasciato una nota che recitava:</p>
<blockquote><p><em>“si auspica che le trattative in corso tra Confindustria e sindacati possano portare ad un accordo che, garantendo un sistema di relazioni industriali più coerente con le esigenze della competizione mondiale, assicuri la piena operatività delle intese già raggiunte per gli stabilimenti di Pomigliano d’Arco, Mirafiori e Grugliascò”</em></p></blockquote>
<p>Il tentativo, esplicito, da parte del Lingotto era quindi quello di dare una definitiva  copertura a quei referendum che non solo la FIOM, ma la CGIL tutta, aveva definito come illegittimi e ricattatori.<br />
L&#8217;accordo firmato dalla segreteria CGIL, che attende la consultazione dei lavoratori e quindi la definitiva approvazione, al punto 7 recita:</p>
<p><em> </em></p>
<blockquote><p><em>“i contratti collettivi aziendali possono attivare strumenti di articolazione contrattuale mirati ad assicurare la capacità di aderire alle esigenze degli specifici contesti produttivi. I contratti collettivi aziendali possono pertanto definire, <strong>anche in via sperimentale e temporanea</strong>, specifiche intese modificative delle regolamentazioni contenute nei contratti collettivi nazionali di lavoro nei limiti e con le procedure previste dagli stessi contratti collettivi nazionali di lavoro.<br />
<strong>Ove non previste ed in attesa che i rinnovi definiscano la materia nel contratto collettivo nazionale di lavoro</strong> applicato nell’azienda, i contratti collettivi aziendali conclusi con le rappresentanze sindacali operanti in azienda d’intesa con le organizzazioni sindacali territoriali firmatarie del presente accordo interconfederale, <strong>al fine di gestire situazioni di crisi o in presenza di investimenti significativi per favorire lo sviluppo economico ed occupazionale dell’impresa</strong>, possono definire i<strong>ntese modificative con riferimento agli istituti del contratto collettivo nazionale che disciplinano la prestazione lavorativa,</strong><br />
<strong>gli orari e l’organizzazione del lavoro.</strong>”</em></p></blockquote>
<p>Si configura senz’altro, rispetto a questo punto, una mancanza di coerenza rispetto alla posizione presa sui referedum truffa di Pomigliano e Mirafiori e il testo del punto 7, vista la nota del Lingotto, pare dettato dalla FIAT. Questo è uno dei motivi per i quali la FIOM ha duramente criticato l&#8217;intesa.</p>
<p>Il famoso articolo 8 della manovra finanziaria, riconoscendo ruolo ed importanza della contrattazione aziendale a scapito e in deroga al contratto nazionale di lavoro, riprende, secondo il governo, lo spirito dell&#8217;intesa del 28 giugno. Secondo la CGIL così non è e le critiche verso questa forzatura dei ministri Sacconi e Tremonti sono forti. Al di là delle differenze che sussistono tra la formulazione dell&#8217;art.8 della manovra e l&#8217;accordo di giugno, è difficile negare che esista una coerenza ideologica nel volere diminuire il ruolo del contratto nazionale come ambito di tutela di tutti i lavoratori sul piano nazionale.</p>
<p>Lo scenario italiano è evoluto ad una velocità sorprendente in questi mesi e siamo passati da una situazione nella quale sembravamo osservare con distacco le vicende greche, irlandesi e portoghesi ad una situazione nella quale è il nostro paese ad essere sotto attacco. Di fronte alle ricette proposte dal governo Berlusconi che hanno l&#8217;obiettivo di colpire ancora una volta lavoratori e pensionati, la CGIL ha indetto uno sciopero generale in tempi stretti (che ha avuto un buon esito con piazze piene in tutta Italia) il 6 settembre scorso. Anche l&#8217;Unione Sindacale di Base (USB) ha indetto uno sciopero generale per la stessa giornata.</p>
<p>Se è inevitabile rilevare un atteggiamento talvolta esitante o contradditorio nella CGIL, la posizione di CISL e UIL in tutti questi mesi ha sfociato più volte in un esplicito collateralismo al governo Berlusconi. Apparte le dichiarazioni come quella di Bonanni che ha definito “demenziale” l&#8217;ultimo sciopero CGIL, tutti gli elementi lasciano dedurre come da tempo ormai queste organizzazioni abbiano fatto una scelta determinata nel non opporre una vera resistenza all&#8217;erosione dei diritti dei lavoratori in Italia in cambio di chissà quali promesse e riconoscimenti.<br />
I comunisti devono continuare la loro battaglia dentro e fuori il sindacato, dentro e fuori la CGIL e le altre organizzazioni, a livello nazionale e a livello locale, avendo sempre un unico indirizzo sindacale di classe per far emergere tutte le contraddizioni del capitalismo e le ragioni per opporsi allo sfruttamento dei lavoratori.</p>
<p style="text-align: center;">- &#8211; - &#8211; 0 &#8211; - &#8211; -<br />
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